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Alberegno (Calle)

ai Servi. Appellavasi «Calle dell'Alberegno», ed in essa nel 1661 c'erano varie case di «Lorenzo Alberegno». Sul prospetto d'una di esse riguardante la «Fondamenta Ormesini» è tuttora scolpito l'albero, stemma della famiglia «Alberegno», od Alberengo. Le cronache ce la dipingono come composta da «homeni da valle, de bona coscientia, et amatori della giustizia, quali fecero edificar la giesia de S. Salvador de Muran». Questa famiglia mancò al patriziato nel 1301, ovvero 1310, in Giacomo che era avvocato all'«Ufficio del Proprio». Un tralcio della medesima conservossi però nel ceto cittadinesco, attendendo alla mercanzia di panni. Il Cicogna illustra le quattro epigrafi sepolcrali che gli Alberegno avevano nel demolito chiostro dei Servi, e fa menzione di quel Michele Alberegno che nel 1558 fu scrittore d'una cronaca Veneziana.

Albero (Ramo al Ponte, Ponte, Fondamenta, Calle, Rami Corte, Corte dell')

a S. Angelo. Questa Corte, onde denominaronsi le prossime località, è chiamata negli Estimi «Corte di cha Marcello ovvero dell'Alboro», e trovasi che fino dagli antichi tempi qui possedeva varie case quel ramo dei patrizii Marcello, il quale come pensa l'abate Teodoro Damaden («Genealogie Marcello», ms. nel Museo Correr) dicevasi «dall'alboro» per qualche albero sorgente presso il suo domicilio. Si può credere adunque che il ramo suddetto comunicasse il proprio nome alla corte di S. Angelo ed anche che il luogo, ove sorgeva l'albero, di cui si tratta, fosse la corte medesima, tanto più che il Vasari, parlando del palazzo Corner, poscia Spinelli, in «Corte dell'Albero» esistente, dice che esso nel 1542 doveva essere nell'interno «rassettato per la casa Cornaro a S. Benedetto all'arbore, dal Sammichieli, che era di Messer Giovanni Corner amicissimo». Il Vasari poi, come forestiere, scambiò il circondario di S. Angelo, ove veramente è situato il palazzo, col finitimo di S. Benedetto.
Dicesi che il «Rio dell'Albero», il quale passa per mezzo l'attuale parrocchia di S. Maria Zobenigo, ricordi pur esso un albero antico. Ed in vero, sappiamo dagli scrittori che varii grossi alberi crescevano un tempo per la città, come una ficaja in «Campo di S. Salvatore», ove, per un decreto del 1287, doveva fermare il cavallo chi andava a S. Marco per le Mercerie. Il Caroldo inoltre, per indicare uno dei luoghi che nel 1310 furono teatro di scaramucce fra la gente del doge Pietro Gradenigo, e quella di Bajamonte Tiepolo, disse

che ciò avvenne «circa mezza Marzaria, dove soleva essere un sambugaro».

Albrizzi (Ramo e Campiello, Calle, Campiello)

a S. Apollinare. La famiglia Albrizzi venne da Bergamo a Venezia nel secolo XVI. Da principio ebbe negozio di tele, poiché Maffeo Albrizzi, nato a Bergamo, e morto a Venezia nel 1643, era, secondo la fede mortuaria presentata dai discendenti all'Avogaria, «telariol alle 2 Ancore». Poscia questa famiglia si diede a mercanteggiare in olio colla Canea, avendo navigli proprii, che offerse a servigio della Repubblica nelle guerre contro i Turchi. Rammenta la storia un Antonio Albrizzi nipote di Maffeo, il quale morì sotto Candia Nuova per ferite nemiche, ed un altro Maffeo fratello di Antonio, che nel 1664 venne tumulato in chiesa di S. Apollinare, con epigrafe allusiva ai navigli messi a disposizione della patria. Egli nel 1648 aveva incominciato ad acquistare dalla cittadinesca famiglia Bonomo porzione di quel palazzo a S. Apollinare, che nel 1692 passò interamente in proprietà di G. Battista, Antonio, Giuseppe, ed Alessandro di lui figli, e che dà il nome alle strade da noi illustrate. I suddetti figli di Maffeo vennero nel 1661 approvati cittadini originari, e nel 1667, mediante il solito esborso di 100 mila ducati, ammessi al Maggior Consiglio. Il palazzo Albrizzi venne abbellito nel 1771, e, distrutte alcune casette che ne oscuravano la facciata dalla parte di terra, si formò innanzi ad esso l'attuale «campiello». Gli Albrizzi fioriscono tuttora.

Algherotto (Calle)

alla Fava. Leggasi Algarotti, cognome di cittadinesca famiglia Veneziana, la quale però non deve confondersi con quella che fu celebre pel conte Francesco, ciambellano e confidente di Federico II re di Prussia, e che contrasse parentela coi Corniani. Un «Iseppo Maria Algaroti q.m Giacomo» comperò con istrumento 6 aprile 1748, in atti di Angelo Vallatelli, da «Lorenzo e Francesco fratelli Gerardi» una «casa posta a S. Lio alla Fava, tenuta per uso». Comperò pure da «Faustina Lazzari relita G. Gussoni», con istrumento 15 giugno 1748, in atti del notajo medesimo, un'altra parte della casa medesima. Giuseppe Maria Algarotti, che era pubblico sensale, fece il suo testamento il 23 febbraio 1785 a rogiti di Gio. Antonio Dall'Acqua, e morì il 19 marzo dell'anno susseguente. I di lui figli Antonio, Giovanni Maria, Vincenzo, Francesco, ed Elena vendettero il 24 aprile 1788 alla famiglia Guizzetti la casa dominicale paterna, che giace alla Fava, in «Calle Algherotto», al N. A. 5599, ed ora appartiene ai Reali.

Almatea (Sottoportico e Corte, Corte)

ai Frari. Si deve leggere Amaltea dalla famiglia Amalteo d'Oderzo, celebre per letterati e poeti. Nei Necrologi Sanitarii troviamo che in parrocchia di S. Polo, a cui anticamente erano soggette queste località, morirono il 30 settembre 1604: «la mag.ca mad.na Emilia Amaltea de ani 48 de febre già un mese», ed il 29 agosto 1613 «il Sig. Anibal Amalteo de ani 50 da febre già giorni 14, visitato dal ecc.mo suo fratello». Probabilmente il fratello di Annibale qui nominato era Ottavio che, secondo il Mazzuchelli negli «Scrittori d'Italia», acquistossi in Venezia grande reputazione e non poche ricchezze esercitando la medicina. Anche la cronaca cittadinesca trascritta da Apostolo Zeno (Cod. 361, Classe VII della Marciana) così si esprime parlando della famiglia Amalteo d'Oderzo: «Di questa casa vive oggidì Ottavio medico famoso per tutto il mondo». Al pari di Ottavio, aveva vissuto anteriormente per molti anni a Venezia G. Battista di lui zio, educando i giovani patrizi Lippomano. Gli Amalteo, che fino dal 1551 erano stati ascritti al Consiglio di Oderzo, e che nel 1822 avevano ottenuto l'approvazione della loro nobiltà dal Governo Austriaco, più non esistono.

Amai (Calle dei)

a S. Giovanni Grisostomo. La famiglia Amadi, chiamata anche Amai, ebbe origine nella Baviera, da cui passò in varie città d'Italia. Un ramo di essa venne a Venezia da Cremona nell'820, e mancò nel 1286. Un altro ramo venne da Lucca nel 1210, e fece parte del Consiglio, dal quale però si vide escluso nel 1297. Alcuni Amadi vennero da Lucca anche nel secolo XIV coi mercanti e tessitori di seta. Questa famiglia, sebbene rimasta fra i cittadini originari, si mantenne sempre in gran fiore, producendo uomini distinti sì nella carriera ecclesiastica che nella civile. Possedeva molte ricchezze e molti stabili, uno dei quali con prospetto archiacuto sul «Rio del Fontego», a S. Giovanni Grisostomo, nel sito che stiamo illustrando. Troviamo parecchi Amadi da S. Giovanni Grisostomo ascritti nei tempi antichi alle Scuole Grandi. Inoltre, la cronaca cittadinesca del Ziliolo (Codice 90, Classe VII della Marciana) asserisce che Francesco Amadi ebbe il grado di conte palatino coi fratelli e discendenti dopoché albergò nella sua casa di S. Gio. Grisostomo Federico III imperatore e Leonora di lui moglie, venuti nel 1452 a visitare Venezia. Qui noteremo alla sfuggita, che Francesco avrà per avventura ospitato la corte di questo monarca, per accogliere la quale furono disposte 15 case, poiché la maggior parte delle cronache riporta che Federico ebbe stanza a S. Giacomo dall'Orio nella casa del marchese di Ferrara, e l'imperatrice in casa Vitturi a S. Eustachio.
Un'altra casa degli Amadi era sulla «Fondamenta dei Tolentini», e tuttora nell'interno esiste la «Corte degli Amai» coll'arma loro sculta sul muro. Il Cod. 27, Classe VII della Marciana, ha queste parole in proposito: «L'antica casa degli Amadi vedesi sopra il canale della Croce di Venetia, et fu riformata da Francesco» (membro distinto di questa famiglia che viveva nel secolo XVI) «fattala ornare di belle et ingegnose pitture da... pittore celebratissimo, e condotto dalla corte Imperiale in Venetia a tale effetto con grosso stipendio; ed inoltre viene appresso il vago e ricco giardino et orto di semplici rarissimi».

Anche il «Sottoportico e Corte degli Amai» a S. Paterniano presero il nome da stabili della suddetta famiglia. Ciò si pare manifesto dalla Redecima del 1661, in occasione della quale Elisabetta Amai, vedova di Francesco Capodilista, notificò di possedere quattro casette a S. Paterniano in «Corte di Amai».

Ambasciatore (Ramo dell')

a S. Barnaba. Conduce ad un palazzo, il quale ha la facciata sul «Canal Grande», di stile archiacuto, con marmi e statue di qualche merito. Esso nel secolo trascorso apparteneva ai Loredan, e servì di residenza al generale terrestre Gio. Matteo di Schulemburg, ma nel 1754 cominciò ad essere abitato dal conte Filippo Rosenberg-Orsini, ambasciatore Cesareo presso la nostra Repubblica. Havvi memoria che nell'anno medesimo il doge Francesco Loredan propose alla corte di Vienna di cederle questo palazzo ad uso degli ambasciatori imperiali per uno spazio di tempo non minore di ventinove anni, col patto che la pigione si dovesse sborsare in una sola volta, e le spese di ristauro andassero a carico degli ambasciatori medesimi. Non è noto se la corte di Vienna accettasse la proposta, ma sappiamo che qui ebbe residenza anche il conte Giacomo Durazzo, patrizio genovese, il quale il 27 settembre 1764 fu il successore del Rosenberg, e per venti anni sostenne in Venezia la propria carica. Egli volle dimorare in Venezia anche uscito di impiego, e venuto a morte fra noi il 15 ottobre 1794, ottenne un anno dopo, per cura del nipote Girolamo Durazzo, un onorevole epitaffio in chiesa di S. Moisè.
Da quanto abbiamo detto risulta andarsene errati di molto il Lecomte («Venise ou Coup d'oeil» ecc.) ed il Zanotto («Guida Massima» ecc.), il primo dei quali suppose che il suddetto palazzo servisse d'abitazione all'ambasciatore di Spagna, ed il secondo, che il medesimo fosse posseduto da qualche individuo della famiglia Durazzo, ambasciatore genovese della sua alla nostra Repubblica.

Amigoni (Calle)

a S. Girolamo. «Z. Batta Amigoni q. Valente» notificò col figlio Agostino il 20 novembre 1609 di possedere alcuni stabili «tutti contigui uno all'altro», e posti «in contrada di S. Marcuola, appresso S. Hieronimo sulla Fondamenta», che prima erano stati di diversi proprietari, cioè della «q. D. Ortensia Foresto», degli «heredi del q. Zuane Semitecolo», di «Zuane Ferro», del «q. Zuane Grimani», e di «Franc. Zentili». Notificò pure d'aver incominciato fino dal 1605 a rifabbricare gli stabili suddetti, e formato con parte d'essi una «casa grande in doi soleri», il «soler di sotto» della quale, «insieme con un magazzen da olio», teneva per uso. Da una lite insorta nel 1606 fra esso e Tommaso Pin, che possedeva uno stabile propinquo, si rileva che «G. B. Amigoni q. Valente» professava l'arte dell'«orese».
La «Calle Amigoni» o, come trovasi chiamata negli Estimi, «dell'Amigon», attualmente è chiusa.

Amor degli amici (Calle dell')

a S. Tomà. Ad onta delle fatte ricerche, non potemmo ritrovare l'origine di questo nome. Anche il Fontana nell'«Omnibus» vi scivola sopra dicendo «Nome che, se non rimane indizio di qualche rimoto socievol convegno, può richiamarci, forse, non senza nostro rossore, all'età dell'oro dell'amicizia».
Innanzi l'interramento del «Rio dei Nomboli», la «Calle dell'Amor degli Amici», per mezzo di un ponte del nome medesimo, comunicava con la «Calle dei Saoneri». Notisi però che, probabilmente per brevità, le Descrizioni della contrada di S. Tomà nominano in questa situazione soltanto la «Calle», ed il «Ponte dell'Amor».

Anatomia (Ponte, Corte, Sottoportico della) o Ferenzuola (o Fiorenzuola - NRE)

a S. Giacomo dall'Orio. Una legge del 1368 prescrisse, che ogni anno, per un dato tempo, si dovesse fare in Venezia l'anatomia dei cadaveri. Troviamo che tale operazione eseguivasi dapprima in luoghi diversi, cioè nella chiesa di S. Paterniano, nell'ospitale dei SS. Pietro e Paolo, nel convento dei padri Carmelitani, in quello di S. Stefano, in quello dei Frari, nella Scuola di S. Teodoro, od in qualche altro luogo privato.
Intorno al 1480 il medico Alessandro Benedetti propose l'erezione d'un teatro anatomico, ma il suo progetto poté essere effettuato soltanto due secoli appresso, pel lascito di tre mila ducati del patrizio Lorenzo Loredan. Il teatro anatomico pertanto, con annessa scuola, s'aperse il dì 11 febbraio 1671 in quel locale che è posto in «Campo di S. Giacomo dall'Orio» al N. A. 1507, e dopo la metà del secolo trascorso venne ristaurato e riaperto. Arso poi la notte dell'8 gennaio 1800, si ridusse nuovamente, ma in più semplice foggia, e servì per qualche anno ancora alle cadaveriche sezioni. Attualmente esse si fanno al Civico Ospitale, e la Scuola d'Anatomia è concentrata nell'Università di Padova.

Le strade indicate, oltreché «dell'Anatomia», sono chiamate «Ferenzuola», corruzione di Firenzuola, o Fiorenzuola, cognome di famiglia cittadinesca. In una delle «Mariegole» appartenenti alla Scuola Grande di S. Giovanni Evangelista troviamo ascritto qual confratello nel 1473 un «Cristofolo Fiorenzuola Uffiziale ai Consoli» da S. Giacomo dall'Orio. Ed anche nel principio del secolo XVI questa famiglia continuava a possedere stabili in detta parrocchia.
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