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Ancillotto (Sottoportico e Corte)

a S. Giuliano. Un «Marco Ancillotto» aveva nel 1713 una bottega da caffè, o, come allora dicevasi, da «acque», in questa situazione. La famiglia Ancillotto che qui pure abitava, era ben provveduta di mezzi di fortuna, poiché, come consta dalle notifiche presentate ai X Savii sopra le Decime, possedeva parecchie case in parrocchia di S. Basilio ed a Murano, nonché beni in quel di Trevigi e di Padova.
Nel Caffè Ancillotto praticava con altri amici il torinese Giuseppe Baretti. Esso dicevasi anche «Caffè di Spadaria», avendo ingresso in questa strada. Narrasi che negli ultimi tempi della Serenissima, volendosi qui aprire dai Giacobini un gabinetto di lettura con libri e giornali venuti di Francia, fu mandato sopra luogo Cristoforo dei Cristofoli famoso «fante dei Cai», il quale, rivoltosi al bottegaio, gli disse essere volontà degli inquisitori che il primo ad entrare nel nuovo gabinetto dovesse presentarsi al loro tribunale. Il gabinetto, come si può bene immaginare, non fu più aperto.

Anconetta (Campiello, Calle, Ponte dell')

ai Ss. Ermagora e Fortunato. Alcuni giovani devoti, uniti in confraternita, esposero alla pubblica venerazione nella chiesa dei Ss. Ermagora e Fortunato un'immagine della B. V. Sorti in seguito alcuni litigi col capitolo della chiesa, i giovani suddetti trasportarono l'immagine in un piccolo oratorio da essi fabbricato, che chiamossi dell'«Anconetta», diminutivo d'«ancona», derivante dal greco «eikòn» (immagine). Questo oratorio ampliossi per la generosità di Pasquino Carlotti, che, col suo testamento 24 agosto 1623 diede la seguente disposizione: «Lasso la mia casa di Ven.a posta a S. Marcuola» (Ss. Ermagora e Fortunato) «all'Anconeta, alli doi Ponti, alla Gloriosa Vergine M.a anzi che gli la restituisco, pregando essa Gloriosa Madre di Dio che ispiri nel core a quelli che maneggiano quella confraternita che vogliano allargare la Chiesa e quadrarla, e perchè possino farlo senza scusa, voglio che, pagate le gravezze a S. Marco di detta casa, di volta in volta che si scoderà li affitti, adunisi tanti denari che si possino buttar zozo la detta casa, et allargar la chiesa fino all'Altar Grando, et fino al livello del soffittado di detta chiesa, e fino sora la Calle che va alli doi Ponti, dove se gli faccia un'altra porta, con obbligo di farmi dire ogni giorno una messa da morto per l'anima mia in perpetuo», ecc. ecc.
L'Oratorio dell'Anconetta, che venne a' dì 22 febbraio 1652 M. V. per autorità del Senato, «ricevuto in protezione della Signoria, acciocché, continuandosi il governo della Chiesa e Scuola da persone laiche, proseguissero nella loro divotione con accrescimento di merito e decoro della città, et esaltazione del culto divino», ebbe un ristauro nel 1740 per lascito «de donna Laura relita del quond. Isepo Sandrin linariol», ma fu chiuso nei primi anni del secolo presente, e nel 1855 del tutto atterrato per allargare la prossima via. Una lapide posta sul pavimento indica il sito ove esso sorgeva.

Il fuoco che appiccossi non lungi dal «Campiello del Tagliapietra» in parrocchia dei SS. Ermagora e Fortunato, il 28 novembre 1789, distrusse anche il «Ponte dell'Anconetta» coi circostanti edifici lunghesso il canale. Vedi Tagliapietra (Campiello del).

Ancore (Calle, Sottoportico, Corte delle)

a S. Marco, presso la «Calle dei Fabbri». Da un fabbro ferrajo, che aveva qui presso la sua officina, ed occupavasi principalmente nel costruire ancore pei navigli. A proposito del ferro, che dovevasi usare per le ancore, abbiamo la legge seguente del 28 giugno 1332: «Quod nullus laborator vel famulus alicujus magistri facientis ancoras, pironos, agutos, et coetera ferramenta navigiis pertinentia, audeat vel praesumat laborare in dictis laboreriis, modo aliquo vel ingenio aliquo, aliud ferrum quam de Cadubrio, vel de Macho, bonum et legale», ecc. ecc.
La «Corte dell'Ancore» a S. Marco era detta anche di «ca' Bragadin» perché vicina a case già possedute da questa patrizia famiglia, le quali nel 1661 appartenevano alla «commissaria del q. Girolamo Bragadin».

Altre strade ebbero pello stesso motivo la denominazione medesima.

Angaran detto Zen (Campiello)

a S. Pantaleone. Il «N. U. G. Antonio Zen» notificò nel 1661 di possedere una casa in «due soleri» a S. Pantaleone. Si vede nelle Condizioni pell'anno 1711 che la casa suddetta era passata in proprietà dei «NN. UU. Antonio e Carlo fratelli Ruzzini», nipoti, per parte materna, dello Zen, e ch'essi in quell'anno l'affittavano ai «NN. UU. Oratio et fratelli Angaran». L'Orazio di cui qui si parla nacque da Giovanni Angaran e da Virginia Garzadori nel 1665, e nel 1688 sposò Romilda Corner. Dopo importanti cariche, onorevolmente sostenute, morí nel 1751, ed ebbe tomba con epigrafe in chiesa di S. Pantaleone. Secondo la cronaca del Pagliarini, trovasi memoria degli Angaran in Vicenza, loro patria, fino dal 1250. Avendo un Fabio di questa famiglia offerto alla nostra Repubblica, travagliata dalla guerra di Candia, 140 mila ducati, venne ammesso al M. C. coi nipoti e discendenti nel 1655. Egli disse nella supplica per ottenere la patrizia nobiltà, che un Girolamo fratello di suo avo, essendo luogotenente di Bartolammeo Alviano, perí nel fatto d'armi della Motta, e che Galliano suo avo, cinto di laurea dottorale, fu commissario dei Veneziani a Vormazia. Disse inoltre, che Francesco suo padre, e Girolamo suo fratello, ambidue decorati di grado cavalleresco, vennero piú volte, come ambasciatori di Vicenza, spediti a Venezia. Rammemorò finalmente fra i suoi antichi anche un Pietro Angaran «consultore in jure» della Repubblica.
Della famiglia Zen diremo più innanzi. V. Zen (Fondamenta).

In «Campiello Angaran, detto Zen», scorgesi innestato nella muraglia un medaglione di marmo greco, nel quale è scolpito un imperatore d'Oriente in costume, lavoro del secolo IX. Erroneamente il Zanotto vorrebbe che questo fosse il marmo del forte Mongioja portato a Venezia da Lorenzo Tiepolo. Vedi S. Pantaleone (Parrocchia ecc.).

Angelo (Calle del Ponte, Ramo Calle del Ponte, Calle e Ponte, Ponte, Fondamenta, Calle al Ponte dell

Sul prospetto d'una prossima casa, che, malgrado le riduzioni, palesa l'originario stile archiacuto, scorgesi una specie d'altarino di marmo, il quale nella parte superiore ha un dipinto rappresentante la Vergine col Bambino fra due angeli, e nell'inferiore altro angelo sculto in basso rilievo, ritto, coll'ali aperte, in atto di benedire colla destra un globo, decorato dalla croce, da lui tenuto colla sinistra. La figura di quest'angelo, dalla cintura in giù, rimane coperta da due scudi gentilizi attraversati da una sbarra, stemma ripetuto sul pozzo della corte interna, che noi, nella seconda edizione delle «Curiosità Veneziane», abbiamo detto appartenere alla patrizia famiglia Nani. Il Cicogna al contrario nel suo codice 3255, ora depositato nel Civico Museo, vi trova lo stemma dei Soranzo. La cosa potrebbe lasciare qualche dubbiezza poiché, espressi sul marmo, gli stemmi dei Nani e dei Soranzo appaiono consimili, e soltanto, espressi a colori, differenziano fra loro in questo, che lo scudo dei Nani è trinciato d'oro e vermiglio, mentre quello dei Soranzo è trinciato d'oro ed azzurro. La seguente scoperta però, fatta dal Cicogna, dimostra a chiare note ch'egli ebbe pienissima ragione nel suo asserto. Presso la riva del palazzo detto «dell'Angelo» lesse innestata nel muro un avanzo di sepolcrale iscrizione romana che è riportata nella «Raccolta d'Iscrizioni Antiche» del celebre frate Giocondo da Verona colla nota: «Venet. in Rivulo S. Marci, in Ripa D. Lucae Sorantio». Dei Soranzo era adunque lo stabile, e siccome fra' Giocondo dedicò la sua «Raccolta» a Lorenzo de' Medici, morto nel 1492, si vede aversi ciò verificato nel secolo XV, il quale fatto si conferma dai genealogisti colla notizia che Luca Soranzo, figlio di Cristoforo q. Gabriele, fu approvato pel Maggior Consiglio nel 1419, e che nel 1432 ammogliossi con Elisabetta Dandolo da S. Benedetto. Inoltre sotto l'immagine del pozzo dello stabile medesimo, disegnata dal Grevembroch (ms. al Civico Museo) si legge: «Pozzo angelicamente simboleggiato al Ponte dell'Angelo, era dei Soranzo e poi dei Barbarighi».
Tornando poi all'iscrizione romana sovraccennata, la quale è quasi tutta corrotta dal tempo, essa suona così:

D. M.
T. Mestrius
T. L. Logismus
V. F. Sibi Et
Mestriae
Spiratae
Coniu.

Il prof. Pietro Pasini giudicolla, dal cognome greco «Logismus», appartenente all'epoca dell'imperatore Domiziano, e riputò che questo «Mestrius Logismus» fosse uno schiavo emancipato per le sue buone qualità da qualche personaggio della famiglia Mestria, celebre nella Venezia terrestre, donde forse acquistò il nome la terra di Mestre.

Curiosa è poi la storiella che dicesi aver dato origine alla scultura dell'angelo posta sulla facciata del palazzo. Noi la trarremo dagli «Annali dei Cappuccini» del padre Boverio, servendoci in parte delle medesime di lui parole. Racconta adunque il buon frate che nella casa predetta abitava l'anno 1552 un avvocato della Curia Ducale, il quale, con tutto che fosse devoto della B. V., aveva accresciuto l'entrata con disonesti guadagni. Invitò questi un giorno a desinare il padre Matteo da Bascio, primo generale dei Cappuccini, ed uomo di santissima vita, e gli raccontò, prima di sedersi a mensa, d'avere in casa una scimia brava ed esperta in modo che lo serviva in tutte le sue domestiche faccende. Conobbe subito il padre, per grazia divina, che sotto quelle spoglie celavasi un demonio, e, fattasi venire innanzi la scimia, la quale stava appiattata sotto un letto, le disse — Io ti comando da parte di Dio di spiegarci chi tu sia, e per qual cagione entrasti in questa casa. — Io sono il demonio né per altro fine qui mi sono condotto che per trar meco l'anima di questo avvocato, la quale per molti titoli mi si deve. — E perché dunque, essendone tu tanto famelico, non l'hai ancora ucciso, e portato teco all'inferno? — Soltanto perché, prima d'andare a letto, si è sempre raccomandato a Dio ed alla Vergine; che se una sola volta tralasciava l'orazione consueta, io, senza indugio, lo trasportava fra gli eterni tormenti. — Il padre Matteo, ciò udito, s'affrettò a comandare al nemico di Dio di uscir tosto da quella casa. Ed opponendogli questi che gli era stato dato dall'alto il permesso di non partir di colà senza far qualche danno. — Ebbene, gli disse il padre, farai qualche danno sì, ma quel solo che ti prescriverò io, e non più! Forerai partendo questo muro, e il buco servirà a testimonio dell'accaduto. — Il diavolo obbedì, ed il padre, messosi a desinare coll'avvocato, lo riprese della sua vita passata, e nel fine dell'ammonizione, prendendo in mano un capo della tovaglia, e torcendolo, ne fece uscire miracolosamente sangue in gran copia, dicendogli, essere quello il sangue dei poveri da lui succhiato con tante ingiuste estorsioni. Pianse il dottore i proprii trascorsi, e ringraziò caldamente il cappuccino della grazia ottenuta, manifestandogli però il proprio timore per quel buco lasciato dal diavolo, e chiamandosi poco sicuro finchè restasse libero il varco a sì fiero avversario. Ma fra' Matteo lo rassicurò, e gli ingiunse di far porre in quel buco l'immagine d'un angelo, imperciocché alla vista degli angeli santi fuggirebbero gli angeli cattivi. Fu questo successo così pubblico, conchiude il Boverio, che un ponte, vicino alla casa ove scorgesi la scultura dell'Angelo, chiamasi oggidì «Ponte dell'Angelo».

Checchè ne sia di tale storiella, ripetuta nel Segneri («Cristiano Istruito») e nel Cod. 481, Classe VII, della Marciana col titolo: «Casi Memorabili Veneziani raccolti dal gentiluomo Pietro Gradenigo da S. Giustina», con poco criterio essa viene attribuita all'anno di grazia 1552, mentre, oltrechè il dipinto e la scultura dell'altarino sembrano più antichi, appare da una legge del 1502 che fino d'allora il «Ponte dell'Angelo», quantunque non ancora eretto in pietra, portava questa denominazione.

La casa dell'Angelo è celebre altresì pegli affreschi del Tintoretto, dei quali però non rimane che qualche languida traccia. Narrasi che avendo gli emuli del sommo pittore vociferato, ch'egli avrebbe dovuto mettere mani e piedi per condurre a termine l'impresa, quel bizzarrissimo ingegno dipinse bensì nelle facce esteriori degli appartamenti molti gruppi e figure di battaglie, ma nel cornicione volle figurare una quantità di mani e piedi che sostengono, afferrano, premono, e spingono, burlandosi in tal guisa piacevolmente dell'astio degli invidiosi.

Angelo (Calle dell')

a Rialto. Leggesi che uno stabile qui situato serviva fino ab antico ad uso d'osteria all'insegna dell'Angelo. Poscia albergò i Turchi, ma quando costoro, per decreto 11 marzo 1621, vennero concentrati nel palazzo del duca di Ferrara, tornò ad essere osteria colla pristina insegna. Il decreto del 1621, dopo aver ordinata tale concentrazione, aggiunge queste parole...
«. . . . . potendo li rappresentanti la ragion. q.m. N. U. Bortolomio Vendramin, sive della N. D. Cattarina Foscolo fu sua moglie, de ragion della quale era la casa proposta et accettata dalla Signoria nostra, a ritornare l'hosteria coll'insegna dell'Anzolo nella detta casa posta in S. Mattio di Rialto, et quella far esercitar come per innanzi fosse data per habitation dei turchi, conforme in tutto alla sua scrittura presentata alli 7 Savii, a cui si habbia relazione, né sia impedito da Magistrati, Collegi, Consigli ecc. né sospeso il far hosteria in deta casa con la insegna dell'Anzolo, siccome è giusto e conveniente».

Angelo (Calle dell') detta della Torre

a Rialto. Questa strada trasse il primo nome dell'osteria mentovata nell'articolo precedente, ed il secondo da un'altra osteria all'insegna della Torre. Nel 1582 un Giacomo Morosini notificò di possedere in «Calle della Torre» a Rialto una casa appigionata a «Vielmo Grigis hosto alla Torre».

Angelo (Calle, Campiello dell')

a Castello. Un «m. Nicolò dall'Anzolo» da S. Pietro di Castello morì il giorno 11 marzo 1563.
Altre strade di Venezia derivano il nome da famiglie così cognominate.

Angelo (Corte, Sottoportico e Corte dell')

a S. Martino. Da un angelo di marmo posto sopra l'ingresso del sottoportico in mezzo a due scudi gentilizii, recanti il riccio, o porco spino, stemma della cittadinesca famiglia Rizzo, o Bonrizzo, che qui possedeva alcune case.

Angelo Raffaele (Parrocchia, Campo, Rio, Ponte dell').

Secondo una volgare tradizione, la chiesa dell'Arcangelo Raffaele, «vulgo l'Anzolo», sarebbe stata innalzata nel 416 da Adriana moglie di Genusio Ruteno, signore di Padova, allo scopo di adempiere il voto innalzato al cielo pell'arrivo del marito dal continente devastato dalle barbariche rovine. Consunta dalle fiamme nell'899, nel 1105, ed anche, come vogliono alcuni, nel 1149, ebbe nuove rifabbriche, e consecrazione nel 1193. Da quest'epoca durò incolume per oltre quattro secoli, finché, minacciando rovina, incominciossi a rinnovare dai fondamenti nel 1618 sul modello di Francesco Contin, e venne compiuta circa al 1640. Nel 1735 però si dovette decorarla di nuovo prospetto, per cui nel 1740 ebbe novella consecrazione. Chiusa finalmente ai nostri tempi per grandioso ristauro venne riaperta nel 1862. Vedi: Scoffo, «Cenni storici sulla Chiesa e Parrocchia di San Raffaele Arcangelo di Venezia. Venezia, Clementi, MDCCCLXII».
In «Campo dell'Angelo Raffaele» havvi una «vera» di pozzo coll'anno 1349, e col nome di «Marco Arian». Crede il Selvatico che questi ne fosse l'architetto, ma noi crediamo invece che Marco Arian l'abbia soltanto ordinata, e ciò quando era «Capo Contrada» dell'Angelo Raffaele, la quale di lui carica verrebbe indicata dalle parole: «major S. Raphaelis» leggibili sopra la tomba ch'egli si preparò nel 1345 in chiesa dei Carmini.

In parrocchia dell'Angelo Raffaele testò il 10 gennaio 1555 m. v. in atti Vittore Maffei, Livio Podocataro, arcivescovo di Nicosia, ed il giorno 19 seguente morì nella parrocchia medesima.

Raccontano i «Commemoriali» del Gradenigo (ms. al Civico Museo) che nel secolo XVII vivevano in contrada dell'Angelo Raffaele due maestre di merletti per nome Lucrezia... e Vittoria Torre, le quali fecero un collare di capelli canuti, che fu pagato 250 ungheri, e servì al re di Francia Luigi XIV nel solenne giorno della sua incoronazione.
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