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Basegò (Calle e Corte del)

al Malcanton. Siamo d'avviso, benché non possiamo accertarlo, che queste strade abbiano avuto il nome dalla famiglia Basilicò, volgarmente «Basegò», e non, come pensano alcuni, dal basilico, o «basegò», nota erba odorifera. Un Giovanni di questo cognome venne abilitato all'esercizio di cancelleria fino dal 1684.
In «Corte del Basegò» havvi una sponda, o «vera», di pozzo di marmo rosso, costrutta nel 1436, che, come congettura il Cicogna dall'iscrizione, avrebbe appartenuto al convento di S. Salvatore, e sarebbe stata trasportata in questo sito al momento nel quale il convento venne rifabbricato, cioè nel 1530.

Bassa (Calle)

a Castello. Pretendono alcuni che abbiasi denominato dalla sua bassa imboccatura dalla parte della «Fondamenta Rio della Tana». Senonché, una famiglia Basso viveva in parrocchia di S. Pietro di Castello nel secolo trascorso, leggendosi nell'elenco dei confratelli defunti della Scuola di S. Maria della Misericordia: «3 dicembre 1780. Sepoltura del q. Zabatta. Basso confratello di disciplina della contrada di S. Pietro di Castello».

Bastion (Calle)

a S. Martino. Da una di quelle osterie grandi ove vendevasi vino al minuto, le quali chiamavansi «bastioni». Essa nel 1713 era condotta da un Valentino Grandi. Nel 1767 fu vittima di grave incendio, menzionato dal Gallicciolli.
Un'altra di tali osterie, condotta nello stesso anno 1713 da un Antonio Giozza, diede il nome alla «Calle del Bastion» a S. Gregorio.

Ritroviamo che nel 1773 i «Bastioneri» erano 30, e 246 nel 1796, nel qual anno si compresero probabilmente sotto tal nome anche coloro che conducevano luoghi minori ad egual uso destinati, detti subalterni. Il consorzio dei «Bastioneri» non formava corpo d'arte, e ciascuno era considerato confratello del medesimo per quel tempo soltanto in cui durava nel proprio esercizio.

Battagia (Calle, Ramo, Corte, Ramo)

in «Birri», a S. Canciano. G. Francesco Loredan, economo dell'eredità di Cristoforo Battagia diede in nota ai X Savii sopra le Decime, in virtù della parte del Senato 1711, varie case «in contrà di S. Cantian, in Birri, in Corte de ca' Battagia».
La famiglia Battagia discese da Cotignola nel Milanese, patria degli Sforza ai quali fu congiunta d'affinità, come riferiscono il Malfatti, ed il Freschot. Ebbe anche domicilio in Milano e conseguì la nobiltà veneziana l'anno 1500 per aver Pietro Antonio Battagia, guardiano del castello di Cremona, ceduto quella fortezza alla Repubblica. Egli ricevette in dono altresì una casa sul «Canal Grande», la villa di Montorio nel Veronese, e 26 mila ducati in contanti. Alcuni dell'anzidetta famiglia si distinsero nella guerra di Candia, specialmente Girolamo, che, dopo molte belle imprese, venne eletto Provveditore Generale in quell'isola nel 1667. Colà portossi valorosamente, restando ferito di bomba, ma, successa la resa, e ritornato a Venezia, si vide incolpato di mala condotta, e posto in carcere. Ben presto però rifulse la di lui innocenza, sicché fu assolto, e promosso a nuovi onori.

In «Corte Battagia» in «Birri», vi è una bella «vera» di pozzo di stile arabo bizantino.

Nella corte medesima abitava quella Giulia Carozzo, moglie di Paolo Adami, la quale, non volendo accondiscendere alla libidine di G. Battista Zambelli, sacerdote della chiesa di S. Silvestro, venne da lui uccisa, in età di anni 27, il 17 aprile 1743.

Battello (Calle, Campiello, Rio, Fondamenta del)

a San Girolamo. Da un battello fermo nell'acqua, sopra del quale, anche tuttora, si passa da una parte all'altra del canale. Nota il Dezan che qui non si poteva per lo passato costruire alcun ponte, perché il canale era di privata ragione delle monache di S. Girolamo, e dei frati di S. Secondo.

Battocchio (Sottoportico e Corte del)

ai Tolentini. Emerge dalle Condizioni del 1514, che in parrocchia di S. Croce, a cui queste strade erano soggette, abitava un «Zuane Batocchio drappier fo del m. Giacomo». Di lui forse tocca il Sanudo nei «Diarii» colle seguenti parole: «In questo zorno (22 maggio 1515) a vesporo, a li Sora Consoli, hessendo in lite Zuan Batocchio Masser alla Camera d'imprestidi con uno suo cugnado, nominato Pietro Bonavita, et altercandosi di parole, el dito Piero dette di uno fuseto al prefato Zuan Batochio, e poi altre ferite, ita che statim morite. El qual Zuane Batochio era drapier richo, et tuto di caxa dil Ser.mo Principe nostro, qual lo fece Cap.o di le Preson. E lui messe dito suo cugnado e poi fu casso».
Altre famiglie Battocchio, o Battochio, abbiamo avuto in Venezia.

Beccarie (Calle, Campo, Ponte, Rio, Calle delle)

a Rialto. Sorge in questo campo il palazzo Querini, detto la «Ca' Mazor», o «Ca' Granda» che, dopo la congiura Tiepolo-Querina, avvenuta nel l310, venne demolito per due terzi spettanti a Marco e Pietro Querini congiurati, e lasciato integro per un altro terzo posseduto da Giovanni Querini innocente. Alcune cronache però dicono invece, che, non rinvenendosi allora gli strumenti divisionali, ed essendovi in detta casa alcune parti comuni, e quindi indivisibili, il governo lasciolla in piedi come stava, ma confiscò i due terzi di Marco e Pietro Querini, e comperò il terzo di Giovanni. Egli è certo che qui nel 1339 si collocarono le pubbliche beccherie di Rialto, situate per lo innanzi presso S. Giovanni Elemosinario ove poscia fu la «Drapperia». Di qua il nome di «Stallone», che conserva il fabbricato. Né vuolsi pretermettere che esso, sebbene per poco, tornò nell'assedio di Venezia del 1849 a servire di pubblico macello essendo quello di S. Giobbe esposto al grandinare delle palle.
La provvigione delle carni commestibili non fu mai trascurata dai Veneziani, riscontrandosi fino dagli antichi tempi l'istituzione d'un uffizio di tre nobili, detti «Sopra le Beccarie e pubblici Macelli», il cui capitolare registra le deliberazioni emanate sopra questa materia cominciando dal 1249. Continuò esso con varietà di leggi fino al 1545, nel qual tempo una straordinaria gravezza imposta dal re dei Romani sopra l'estrazione degli animali bovini produsse una gran carestia. Decretò allora il Senato che fossero eletti due individui del proprio corpo col titolo di «Provveditori sopra le Beccarie», e nel 1678 ve ne aggiunse un terzo. Vedi Tentori («Saggio sulla Storia Civile ecc. della Repubblica di Venezia»). I Beccai si radunavano in divota confraternita, sotto il patrocinio di S. Matteo, nella chiesa che in Rialto sorgeva sacra a questo santo, della quale, per breve di Eugenio IV, avevano il diritto di eleggere il pievano. Essi mascherati all'Europea, all'Asiatica, all'Africana, ed all'Americana, segnalavansi specialmente nelle cacce dei «tori molai», solite darsi l'ultima domenica di carnovale nella corte del Palazzo Ducale. Ed in tale giornata godevano il privilegio, per la fedeltà dimostrata alla Repubblica, di montare in numero di 20 la guardia del palazzo medesimo dall'ora di terza finché terminavano i pubblici spettacoli.

Il «Rio delle Beccarie» a Rialto era detto nel secolo XII «Magadesso» dalla famiglia Magadesia, o d'Arbore, e nel secolo XIV di «Ca' Bellegno» parimenti da una famiglia di questo cognome.

La «Calle delle Beccarie», costeggiante lo «Stallone», si chiama pur anche «Panateria» dalle botteghe di pane, che, fino da tempo antico, erano colà stabilite, poiché in una deliberazione del M.C. dell'anno 1341 si legge: «quod Panataria ubi venditur panis in Rivoalto reducatur ad latus muri Beccariae novae per modum quod melius videbitur». Anche il Sabellico («De Situ Urbis») chiama queste botteghe «paniceas tabernas quae macello adhaerent». Ed esse continuarono a sussistere nel medesimo sito fino al cadere della Repubblica, dicendo Francesco Todeschini nel volume II della sua opera manoscritta, estesa nel 1774 col titolo: «Della Dignità dei Procuratori di S. Marco» (Cod. 613-614, Classe VII della Marciana): «Anche nell'isola di Rialto fa uso l'arte dei Pistori, per vendita di pane, di alcune botteghe in fianco della Beccaria, quale si asserisce che fosse palazzo dei Querini congiunti di Bajamonte Tiepolo, e suoi collegati nelle nota congiura». Dal medesimo autore ricaviamo che queste botteghe nel secolo passato erano in numero di 25.

Beccher (Calle del)

a S. Felice. Pell'arte dei «Beccheri», o Beccai, vedi l'articolo antecedente.

Beccherie (Campiello, Calle delle)

a S. Giobbe. Qui esistevano nel 1713 «due beccarie grandi con magazzeni dove si ammazzavano li manzi, di ragione Cucina, tenute in affitto dai partitanti Beccheri, i quali pagano, secondo l'informationi prese, per affitto soldi 4 per ogni manzo che si ammazza».

Bella (Ruga, Ponte di Ruga)

a S. Giacomo dall'Orio. Secondo il Dezan, queste denominazioni provennero dall'amenità del sito.
Il «Ponte di Ruga Bella» è chiamato anche del «Forner». Vedi Forner (Fondamenta del).
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