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Alberti (Fondamenta)

a S. Barnaba, presso il «Ponte dei Pugni». «Girolamo Alberti q. Z. Batt.» denunziò ai X Savi sopra le Decime in obbedienza alla parte del Senato 1711, la casa ove abitava in parrocchia di S. Barnaba, con altre vicine, una delle quali «da molto tempo vacua, per causa di non esservi più il divertimento dei pugni». Si vede che tal casa era una di quelle che sulla «Fondamenta Alberti», sono più vicine al così detto «Ponte dei Pugni», e che la medesima, quando il Ponte prestavasi alle lotte, facilmente ed a buoni patti doveva darsi a pigione. Girolamo Alberti era stato riconosciuto cittadino originario il 18 aprile 1658, e copriva la carica di notajo ducale. Egli aveva fatto passare in proprio nome le case in S. Barnaba da quello di «Elisabetta Priuli vedova di Alvise Loredan» con traslato 21 ottobre 1688. La di lui famiglia, venuta, secondo il Coronelli, da Firenze, ebbe Secretarii del Senato, e Residenti all'estere Corti. Dividevasi in più rami, uno dei quali fu celebre per Francesco ingegnere e Sopraintendente all'Armi, all'epoca dell'assedio di Parga (anno 1657), e per tre figli del medesimo, che, recatisi in Germania, presero servizio alla Corte dell'Elettore Palatino del Reno, ove furono ricolmi di titoli ed onori.

Bevilacqua (Calle, Corte)

all'Angelo Raffaele. Un «Antonio Bevilacqua fo de S. Baldissera» possedeva una casa nel 1514 «in la contrà di S. Rafael». Egli apparteneva a famiglia cittadinesca, ed era zio di quel Domenico Bevilacqua che nel 1559 venne eletto segretario del Consiglio dei X, vi rinunciò nel 1572, e nel 1574 preparossi la tomba con epigrafe nella prossima chiesa di S. Sebastiano.

Abate (Corte dell)

a S. Gregorio. Nella Descrizione della Contrada di S. Gregorio, ordinata dai X Savii sopra le Decime per l'anno 1661, si vede chiaramente che questa Corte, fin d'allora chiamata «dell'Abate», prese il nome da alcune case di proprietà dell'Abazia di S. Gregorio. Essa le dava da abitare gratuitamente a povere famiglie, e sulla facciata d'una delle medesime esiste tuttora un'iscrizione donde si ricava che vennero rifabbricate nel 1703 per opera del cardinale Ottobuoni.

Pietro Ottobuono, nato in Venezia nell'anno 1667, fu nel 1689 da Papa Alessandro VIII, suo prozio, eletto cardinale, amministratore generale di tutto l'ecclesiastico dominio, poscia legato d'Avignone, e vice-cancelliere di Santa Chiesa. Egli nel 1693 ebbe pure in commenda l'abazia di S. Gregorio di Venezia. Benché lontano dalla patria, s'adoperò in varie occasioni a favorirla, ed ottenne nel 1701 che suo padre Antonio, già generale di Santa Chiesa, fosse riammesso in grazia del Senato, da cui era decaduto per essere stato agli stipendi d'un principe estero. Ma questa disgrazia toccò a Pietro medesimo. Imperocché, avendo nel 1710, contro l'insinuazione dei Veneziani, accettato il grado di protettore della corona di Francia nella Corte Romana, si vide cancellato pubblicamente dal Libro d'Oro, e privato del proprio patrimonio. Questo cardinale, mecenate dei letterati, e letterato egli stesso, morì a Roma nel 1740, estinguendosi in lui la patrizia famiglia Ottobuoni. Vedi Emmanuele Cicogna: «Inscrizioni Veneziane»,

Abazia (Fondamenta, Sottoportico, Campo, Ponte, Fondamenta dell)

a S. Maria della Misericordia. La chiesa abaziale di S. Maria della Misericordia, detta l'Abazia, s'innalzò nel 939 sopra un terreno erboso, chiamato Val Verde, o dal solo Cesare dei Giulii, detto Andreardo, o dalle famiglie Giulia e Moro insieme congiunte. In sulle prime si consegnò ad eremiti, e quindi a frati, probabilmente Agostiniani, che vi eressero accanto un convento, periti i quali nella peste del 1348, il priore, che solo era rimasto su, cedette prima di morire la sua dignità a Luca Moro. Questi ottenne nel 1369 che la sua famiglia dovesse possedere in perpetuo il giuspatronato della chiesa. La facciata della medesima fu rialzata nel secolo XVII sul disegno di Clemente Moli, a spese di Gasparo Moro filosofo insigne. L'interno però minacciava rovina, e ne fu preservato a merito del priore monsignor Pietro Pianton, che vi praticò radicali restauri. Questa chiesa nel 1868 andò chiusa, ma nel 1884 venne comperata dal patriarca di Venezia Domenico Agostini coll'intendimento di restituirla al culto divino.

Fra i priori di S. Maria della Misericordia è degno di menzione il pio e dotto Girolamo Savina, che ottenne da Clemente VIII per sé e successori il diritto di portare la mitra ed il pastorale. Essendo egli stato avvelenato da un iniquo sacerdote nel sacro calice, desiderò prima di morire, il 9 giugno 1601, che venisse condonata la pena al sacrilego omicida.

S'impara da un'incisione del Lovisa che il «Ponte dell'Abazia» era nel secolo scorso di pietra. Quindi fu atterrato, e nel 1833 ricostruito di legno.

Sulla «Fondamenta dell'Abazia», nella così detta «Corte Nuova», la Scuola Grande di S. Maria della Misericordia aveva un ospizio, o, come dicevasi, ospedaletto, pei confratelli poveri. L'ingresso della Corte è ornato sopra l'arco da una scultura rappresentante la B. V. e Santi, e sotto vi è un'iscrizione donde s'impara che la fabbrica di quelle case venne incominciata e compiuta nel 1505, sotto il principato di Leonardo Loredan.

Accademia (Calle della)

alla Giudecca. La Repubblica fondava in questo sito nel 1619 un'Accademia, o Collegio, di giovani patrizi. Nel 1627 decretavasi che vi si potessero ammettere soltanto figli di famiglie sprovvedute di mezzi di fortuna. Limitato a 46 il numero degli allievi, erano essi mantenuti a spese pubbliche fino all'età di 20 anni, ed istruiti nella Religione, Grammatica, Umanità e Nautica; un maestro estraneo all'Accademia si recava in alcuni determinati giorni ad insegnarvi pure Diritto Civile. L'ultimo di questi, come nota Fabio Mutinelli nel suo «Lessico Veneto», fu il sacerdote Giovanni Domenico dott. Brustolon, autore dell'«Uomo di Stato», ossia «Trattato di Politica», impresso in Venezia nel 1798 dallo Zatta. Da principio l'Accademia era affidata a sacerdoti secolari, ma nei primi anni del secolo scorso fu sottoposta alla direzione dei Religiosi Somaschi, venendovi eletto a primo rettore il padre provinciale Stanislao Santinelli. Restò disciolta col cadere della Repubblica.

Acqua dolce (Rio dell')

ai Ss. Apostoli. E' così denominato, secondo il Dezan, nelle sue illustrazioni all'«Iconografia delle trenta parrocchie di Venezia» del Paganuzzi, perché solevano stanziarvi le barche cariche d'acqua dolce, che si porta di terraferma per alimentare i pozzi della città.
L'arte degli acquaiuoli si costituì in corpo nel secolo XIV, leggendosi che il 25 dicembre 1386 ottenne il permesso di fabbricare in «Campo di S. Basegio», presso il campanile, una piccola casa ad uso di scuola, ed un altare nella chiesa. Elesse poi a suo protettore S. Costanzo, poiché questo santo «si feva arder le lampade, cioè i cesendeli, pieni de acqua senza nessun liquor né oio, come nara messer S. Gregorio nel suo dialogo». Tanto si ricava dalla «mariegola» di quest'arte, la quale fu riformata nel 1741. Essa nel 1773 contava 18 capi maestri ed 8 figli di capo maestro, essendovi inoltre 100 individui non descritti nell'arte medesima, ma che col pagare 20 soldi all'anno potevano introdurre acqua a Venezia per venderla al minuto. Gli acquaiuoli dipendevano per disciplina ed economia dai Giustizieri Vecchi e dai Provveditori alla Giustizia Vecchia, pell'occorrenze dei pubblici pozzi dal Magistrato della Sanità, e per le gravezze pubbliche dal Collegio Milizia da Mar.

Acquavita (Ponte, Calle dell')

ai Gesuiti. Secondo la Descrizione della Contrada dei Ss. Apostoli, fatta nell'anno 1713 dietro parte del Senato 29 agosto 1711, esisteva in «Calle dell'Acquavita», presso i Gesuiti, una «bottega d'acquavita» condotta da «Elia Giannazzi», il quale pagava pigione a «Monsignor Marco Gradenigo eletto patriarca d'Aquileia».
Sotto la denominazione d'acquavitai, o venditori d'acquavite, comprendevansi anche i caffettieri, i quali godevano privilegi per ottenere, entro certi limiti, l'appalto del ghiaccio e dell'acquavite. Quest'arte oltre che di consumo, veniva considerata di commercio mercanteggiando i rosoli fabbricati in Venezia. Erasi proibito alla medesima d'aprire nuove botteghe, le quali, per verità, non potevano dirsi poche, contandosene nel 1773 fino a 218, con 155 inviamenti, 6 banchetti, e 30 così detti posti chiusi, atti pur essi a divenire botteghe. Gli acquavitai, chiusi in corpo fino dal 1601, raccoglievansi nella chiesa di S. Stefano conf. «vulgo S. Stin», sotto il patrocinio di S. Giovanni Battista.

Acque (Sottoportico, Calle delle)

a S. Salvatore. Da una di quelle botteghe, che ora diciamo da caffé, e che chiamavansi anticamente «botteghe da acque». Leggiamo nelle «Condizioni» del 1566 che i fratelli «Alvise e Girolamo Giusto» possedevano in «Calle delle Acque» a S. Salvatore una bottega allora tenuta da «donna Isabetta dalle Acque». Anche nel 1712 esisteva in questa calle una di siffatte botteghe, il conduttore della quale era «G. Maria Pizzotti», perciò detto «dall'Acque». Di essa forse intese parlare il Coronelli ove dice nella «Guida» (edizione del 1724): «Le migliori cioccolate, caffè, acque gelate e rinfrescative, ed altre simili bevande si compongono e si vendono in Calle delle Acque, presso il Ponte de' Baratteri». Il Caffè in «Calle delle Acque», che, secondo i «Notatori» del Gradenigo, manoscritti al Civico Museo, era attiguo alla riva, veniva assai frequentato da nobili e gentildonne mascherati. Il 10 novembre 1756 vi si proibirono i giuochi.
Si ha memoria che il 7 febbraio 1757 M. V. per l'ingresso del procuratore Francesco Lorenzo Morosini, si distinsero i bottegai della «Calle delle Acque», adornandola a foggia d'anfiteatro con archi, colonnami, e statue, e con sfarzosa illuminazione notturna.

Agnello (Ramo al Ponte, Ponte, Ramo Fondamenta, Fondamenta, Calle dell')

a S. M. Mater Domini. Qui abitava la famiglia Dalla Agnella, la quale forse chiamavasi volgarmente anche Agnello, poiché, giusta il Gallicciolli («Memorie Venete»), appartenne ad essa quel «Marinus Agnellus» che fu parroco di S. Martino nel 1152. Un «Lunardo Dall'Agnella da s. Maria Mater Domini», in occasione della guerra di Chioggia, offrì la sua persona con famiglio a tutto suo carico, e la paga di 150 uomini da remo per un mese. In premio di tale offerta egli nel 1381 venne ballottato pel M. C., ma restò fra gli esclusi, del che, come è fama, accoratosi, morì pochi giorni dopo senza lasciar discendenza. Dei Dall'Agnella così parla il Codice 29 Classe VII della Marciana: «Questi vennero di Trevisana a Rivalta; furono di buona conditione e Cattolici, et fu un ser Lunardo dall'Agnella mercante da Biave della contrà di Santa Maria Mater Domini che offrì alla Signoria di Ven.a nel tempo della guerra di Chioza del 1381, e non rimase. Mancò q.la famiglia in lui med.o del 1393, e da questo deriva il nome del Ponte dell'Agnello a Santa Maria Materdomini». Il Conte Florio Miari nel suo «Dizionario Storico Artistico Letterario Bellunese», fa che questo Leonardo dall'Agnella appartenesse a famiglia di Belluno.
La «Fondamenta dell'Agnello» dicevasi un tempo anche «Fondamenta di ca' Bonvicini» dal palazzo posto di rincontro, il quale apparteneva a questa nobile famiglia.

Albanesi (Calle degli)

a SS. Filippo e Giacomo. Vi sono varie strade di Venezia le quali, secondo il Dezan, ed altri, hanno preso il nome dagli individui della nazione albanese che vi fecero soggiorno.
La «Calle degli Albanesi» ai SS. Filippo e Giacomo fu chiusa nel 1851 a mezzo di muraglia dalla parte della «Riva dei Schiavoni», ed a mezzo di cancello dall'altra parte pel tratto delle prigioni. In seguito la muraglia venne sostituita da cancello anche dalla parte della «Riva dei Schiavoni».

Gli Albanesi avevano scuola di devozione in chiesa di S. Severo, eretta nel 1443, ma quattro anni dopo, ottenuta l'approvazione del Consiglio dei X, trasportaronsi nella contrada di S. Maurizio, ove presso la chiesa scorgesi tuttora il locale in cui radunavansi. Esso, come insegna la loro «Mariegola», che si conserva ms. nella Marciana, venne incominciato nel 1497; nel 1500 si lavorò il soffitto, e si fecero i rosoni ai quadri; nel 1501 furono terrazzati i locali, e nel 1502 soffittato il pian terreno. Finalmente nel 1532 si eseguì la facciata di marmo, sulla quale, oltre l'immagine dei Santi titolari, cioè della B. V., di S. Gallo, e di S. Maurizio, scorgesi scolpita la città di Scutari capitale dell'Albania, con la memoria dell'assedio che patì dai Turchi nel 1474. Fu in questa occasione che il comandante Antonio Loredan offrì le proprie carni ai difensori travagliati dalla fame purché tenessero fermo, e gli infedeli dovettero, per istracchi, levare l'assedio. Solo più tardi, cioè nel 1479, essi ebbero Scutari a patti, e vi piantarono la mezza luna ottomana.

La Scuola degli Albanesi a S. Maurizio si convertì negli ultimi tempi della Repubblica ad uso delle riduzioni dei «Pistori». Perciò in «Campo S. Maurizio» scorgevasi una lapide innestata al selciato coll'iscrizione: Loco Dello Stendardo della B. V. Dei Albanesi Ora Dei Pistori. Vedi anche Pistor (Calle del).
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