Venicexplorer

Bo (Calle del)

a Rialto. Nel 1661 in «Ruga dei Spezieri» a Rialto, a cui fa capo la «Calle del Bo», stanziava «Gio.Maria Laghi specier al Bo d'Oro». La sua bottega era precisamente quella che porta il N. A. 376, e che, anche alcuni anni fa, era aperta ad uso di speziale da confetture. Sugli stipiti di essa scorgesi tuttora, benché corrosa dal tempo, la figura di un bue.
Potrebbe credersi però che il nome della calle sia più antico, e che, invece di dipendere dall'anzidetta insegna, dipenda colla insegna medesima, dall'antica osteria del Bo, che troviamo aver esistito nel secolo XV in S. Matteo di Rialto. Abbiamo infatti una legge del 1460 per cui tutte le meretrici dovevano concentrarsi in alcune case di Priamo Malipiero a S. Matteo di Rialto, le quali erano poste «in quadam ruga post hospitium Bovis».

Bòccole (Calle delle)

in Quintavalle. Le monache, ma specialmente le pinzocchere, chiamavansi anticamente «boccole», o perché portassero qualche «boccola», cioè medaglia, al collo, o perché stringessero le vesti con cintura che avesse qualche «boccola», o fermaglio, o, meglio, pel soggolo che loro pendeva increspato sotto il mento a guisa di soggiogaja, detta «boccola» dai Veneziani. Le religiose poi che qui stanziavano erano le Cappuccine, che nel 1612 trasportaronsi a S. Girolamo, ed eressero colà formale convento. V. Cappuccine (Fondamenta ecc. delle). Perciò questa Calle è detta nelle Descrizioni della contrada di S. Pietro di Castello anche «delle Cappuccine».

Boldù (Calle)

a S. Felice. Il palazzo, a cui questa strada conduce, e che prospetta «il Canal Grande», apparteneva alla patrizia famiglia Ghisi, ma nel secolo trascorso passò, per via di matrimonio, nei Boldù. Qui abitarono nel 1504 Consalvo, gentiluomo spagnolo, castellano della rocca di Forlì; nel 1523 Giovanni Orsini, condottiere della Repubblica; e nel 1524 G. Francesco Gonzaga detto da Lucera.
La famiglia Boldù, di cui trovasi in altre strade memoria, venne da Conegliano nell'800, e, per testimonianza del Malfatti, diede «uomini discreti, sapienti e molto cattolici», che fecero edificare nel 1000 la chiesa di S. Samuele, e poscia ristaurare quella di San Giacomo. Un Leonardo Boldù fu nel 1473 valoroso capitano contro i Turchi. Un Antonio, cavaliere e senatore illustre, venne spedito nel 1490 ambasciatore all'imperatore Federico cui pacificò con Mattia re d'Ungheria. Il medesimo, nel 1493, essendo «Avogador di Comun», accusò in Senato Domenico Bollani, suo collega, perché aveva ricevuto danari da alcuni rei, e nel 1496 andò ambasciatore al re di Spagna, ma, colto da malattia, dovette soggiacere, viaggio facendo, al comune destino. Un Giacomo Boldù, dotato di grande eloquenza, recitò nel 1504 un'orazione funebre in morte del patriarca Tommaso Donato, e scrisse epistole, ed altre orazioni. Un Marcantonio, religioso Crocifero, compilò nel secolo medesimo la storia del proprio Ordine. Un Filippo, per ultimo, difese nel 1646 con mirabil valore il posto delle Cisterne in Candia, ripulsandone i Turchi, finché, per ordine del generale, dovette abbandonarlo. La linea dei Boldù da S. Felice si estinse in un Giuseppe, figlio di Francesco e d'Anna Giovanelli, nato nel 1793, e morto nel 1837, il quale con molto encomio sostenne per vari anni la carica di podestà di Venezia.

Bollani (Fondamenta)

ai SS. Gervasio e Protasio. Il prossimo palazzo Bollani sorse nel 1709, secondo la maniera del Tirali. La famiglia fondatrice, la quale diede il nome ad altre strade, vuolsi oriunda da Bollis, città dei Sabini. Discordano però i cronisti circa il tempo, e circa il luogo donde ultimamente si partì per dirigersi a Venezia. Chi la crede venuta da Aquileia nel 965; chi da Costantinopoli nel 1125, ovvero 1229. Regna la medesima discordia nel fissare l'epoca in cui ottenne il patriziato, scrivendo alcuni, che, appena afferrati questi lidi, fosse ammessa al Consiglio, e vi rimanesse nel 1297; pretendendo altri che vi entrasse solo nel 1381 per benemerenze acquistate nella guerra di Chioggia. Occupa onorevole seggio nella storia quel Domenico Bollani, il quale, spedito ambasciatore ad Edoardo VI d'Inghilterra, ottenne l'onore d'inquartare nella propria l'arma del re, ed essendo poi rettore a Brescia nel 1558, venne eletto, con breve pontificio, vescovo di quella città. Egli, dopo aver assistito al Tridentino Concilio, spirò nel 1579 fra le braccia di S. Carlo Borromeo. Questa famiglia produsse altri vescovi, varii letterati, e varii uomini eziandio che si distinsero nelle belliche imprese.

Bolza (Calle della)

a SS. Ermagora e Fortunato. Leggasi cogli Estimi «dalla Bolza», cognome di famiglia cittadinesca, che troviamo domiciliata in parrocchia dei SS. Ermagora e Fortunato fino dal secolo XIV. In questo secolo infatti un Giovanni dalla Bolza lasciò la sua «casa da statio», posta in tale contrada, al figlio Leonardo, col patto che dovesse passare, di erede in erede, fra i suoi discendenti. Leonardo non ebbe dalla moglie Antonia Lombardo che una sola femmina per nome Franceschina, la quale era amoreggiata da un Giacomo d'Angelo. Essendosi costui di notte arrampicato per ben due volte al di lei balcone, e nascostosi una volta nella di lei casa, venne condannato il 3 novembre 1388 a due mesi di carcere, ed alla multa di 100 lire. Cionostante l'ebbe poscia in isposa, e da questo matrimonio nacque Lazzarino, che, unitamente al figlio Davide, godendo, pei patti testamentari, i beni della famiglia dalla Bolza, ne assunse il cognome. Qui insorse un Francesco, solito anche egli a farsi chiamare dalla Bolza, ad attestare innanzi l'Avogaria che discendeva da un altro Francesco, figlio, e non figliastro, come era infatti, di Giovanni dalla Bolza, di cui abbiamo parlato, ed a ripetere, com'ultimo erede del medesimo, la «casa da statio» ai SS. Ermagora e Fortunato. Ottenne egli una sentenza in proprio favore, ma Davide dalla Bolza, provando l'inganno, la fece annullare nel 1428. La famiglia dalla Bolza andò estinta in quell'Angela, figlia del suddetto Davide, la quale nel 1514, chiamandosi vedova del N.U. Antonio Donà, notificò «uno stabile diviso in quattro affittanze» nella parrocchia dei SS. Ermagora e Fortunato.

Bombardieri (Calle, Sottoportico, Calle dei)

a S. Francesco della Vigna. L'iscrizione e l'imagine di S. Barbara, che, ancora pochi anni fa, scorgevansi all'ingresso del Sottoportico, nonché gli antichi catasti, indicano che qui possedeva stabili la confraternita dei Bombardieri. Essi, come si ha dalla loro «mariegola», conservata nel nostro Archivio Generale, fabbricarono queste case sopra un terreno vacuo del N.U. Lorenzo Minio, comperato nel 1555 allo incanto dai «Governatori delle Entrade», dai quali comperarono pure nel 1557 una prossima casa con bottega, che apparteneva alla N. D. Caterina Orio. L'arte dei Bombardieri piantò scuola, sotto il patrocinio di S. Barbara, l'ultimo ottobre del 1500 in un locale presso la chiesa di S. Andrea, ma il 12 decembre 1501 trasportossi ai SS. Ermagora e Fortunato, prendendo a pigione per le sue radunanze una «casetta sotto la casa del piovan». Finalmente nel 1505 passò a S. Maria Formosa, ove pure ottenne dal pievano Michele di Clementi «domunculam subtus domum suam, positam ad pedem planum, penes pontem lapideum». Questa scuola, che sorge appiedi del così detto «Ponte delle Bande», e che, quantunque ridotta a privata abitazione, conserva tuttora scolpita l'imagine di S. Barbara, venne rifabbricata dai Bombardieri nel 1598, i quali costrussero eziandio in chiesa di S. Maria Formosa un altare in cui s'ammira la bellissima pala di Palma il Vecchio, rappresentante Santa Barbara loro patrona.
Sappiamo che i Veneziani adoperarono le bombarde fino dal tempo della guerra di Chioggia, e che in quella occasione, come si esprime il Platina nella Vita di Urbano VI, «nulla erat scapha Venetorum, nullus lembus qui non duas bombardas, et eo amplius, haberet». Alcuni credono che i nostri conoscessero quest'arma anche qualche tempo prima. Negli ultimi tempi della Repubblica i Bombardieri potevano dirsi, più che altro, militi urbani. Erano dai 400 ai 500, e vestivano un abito di panno turchino con mostre e fodere rosse, farsetto e brache di dante, calzette bianche, scarpe con nastro e con fibbia, portando in capo un piccolo tricuspide cappello, ed in mano una corta alabarda. Essi servivano come guardie d'onore nelle pubbliche solennità. Il luogo ove esercitavansi al bersaglio era S. Nicolò del Lido, oppure S. Alvise, non lungi dal convento dei PP. Riformati di S. Bonaventura. Alcuni di questi militi si resero distinti per intelligenza ed imperturbabilità nella spedizione comandata da Angelo Emo contro i Cantoni Barbareschi (anno 1784 e susseguenti). Il loro ultimo comandante fu Domenico Gasparoni, Sopraintendente alle Artiglierie.

Bombaseri (Ramo Calle, Calle, Ramo Calle dei)

a S. Bartolammeo. Nel 1661 circa dodici «bombaseri», o venditori di bambace, aveva bottega e volta in queste strade. L'arte dei «Bombaseri» era sotto il patrocinio di S. Michele Arcangelo, e raccoglievasi in chiesa di S. Bartolammeo, ove, fino dal 12 gennaio 1540, le venne assegnato un altare anteriormente sacro a S. Anna, ma che da quel momento in poi dedicossi a S. Michele. I «Bombaseri» si costrussero pure in chiesa di S. Bartolammeo nel 1580 la propria sepoltura.
Anticamente raccoglievansi forse in chiesa dell'Ascensione, mentre l'autore delle «Vite e Memorie dei Santi spettanti alle Chiese della Diocesi di Venezia», narra, che nella «Mariegola» dei «Bombaseri» si ordina, sotto l'anno 1328, ai frati dell'Ascensione di cantare annualmente, la seconda domenica di novembre, una messa pei confratelli defunti, e di distribuire in quel giorno all'arte due ferculi, ossia una refezione, gli avanzi della quale dovevano essere donati ai poveri. Notisi però che qui ci deve essere uno sbaglio circa la data dell'ordinazione, attesoché nel 1328 i Procuratori di S. Marco non avevano ancora dato in affitto il monastero dell'Ascensione a frate Molano e suoi compagni. Ciò avvenne soltanto nel 1336. V. Ascension (Calle ecc. dell'). I «Bombaseri» sfoggiarono il proprio buon gusto accompagnando nel 1574 il re Enrico III di Francia da Murano a Venezia con un brigantino a 12 remi, dipinto di bianco e di rosso, ed avente una coperta di damasco chermisino.

Scrive la Cronaca del Savina: «A 4 novembre» (1582), «zioba de notte, s'accese fuoco a S. Bort.o appo la chiesa, nelle case e botteghe di bombaseri, che durò fino ad hora di nona del dì seguente, et diede grand.o danno alli habitanti in esse, et alli patroni delli stabili, tra quali furono i Nob.i Uom.i Almorò e fratelli da cà Zane fu di Martino, et hanno perso più di 300 ducati di rendita, et il vicario di S. Bart.o hebbe danno per mille ducati, et altri molti. Corse tutta la Maestranza dell'Arsenale a smorzarlo».

Bon (Ramo Secondo)

in Birri. La Descrizione della contrada di S. Canciano, fatta nel 1713, pone in «Birri», e propriamente in questo punto, il «palazzo dominicale di Andrea e fratelli Bon». Questo Andrea, secondo i continuatori del Barbaro, era nato da un Nicolò il 26 gennaio 1679 m. v.
Alcuni fanno provenire i Bon da Bologna a Torcello, e quindi a Venezia, considerandoli come derivati da un ceppo comune. Altri, per lo contrario, vorrebbero che, usciti da sangue diverso, fossero venuti fra noi da diversi paesi, e veramente essi dividevansi in più d'un ramo con arma differente. Egli è certo poi che il ramo il quale abitava in «Birri» era quello detto «dalle Fornase» per le molte fornaci che anticamente possedeva. I continuatori del Barbaro giungono colla genealogia di tal ramo fino ai Fratelli «Paolo, Nicolò, Leonardo, Marchiò, Vettor, Marcantonio, Lorenzo» ed «Andrea», figli d'Alvise, tutti nati nel principio del secolo scorso. Egualmente i Codici 2 e 3, Classe VII della Marciana, omettendo «Marchiò», e facendo in calce l'annotazione: «Passarono dall'antica lor casa in Biri, a S. Stae nei stabili ereditati da Cà Priuli sul campo». Non taceremo per ultimo il ramo Bon, domiciliato in «Birri», da quell'«Alvise dalle Fornase», fatto nobile nel 1381, i discendenti del quale assunsero l'arma ed il cognome dei Bon.

I Bon diedero in ogni tempo uomini illustri alla patria. Un Rustico Buono da Torcello nell'828 portò da Alessandria il corpo di S. Marco. La storia rammenta pure con lode quell'Antonio Bon che sostenne varie cariche militari, e che nel 1508, essendo Provveditore a Peschiera, venne fatto appiccare, secondo il Guicciardini, ai merli della fortezza col figlio Leonardo, per ordine di Francesco I di Francia; quel Pietro Bon morto nel 1571 valorosamente combattendo alle Curzolari, nonché quell'Ottaviano, mecenate dei letterati, e nel 1620 Podestà di Padova, il cui elogio fu inciso nel Palazzo Pretorio.

Anche la «Calle dell'Arco», in «Ruga Giuffa», è detta «Bon». V. Arco (Calle dell') detta Bon.

Bonazza (Corte)

ai Carmini. Un «Nicolò Bonazza fo de Gabriel» notificò nel 1582 di possedere varii stabili in parrocchia dell'Angelo Raffaele, a cui un tempo era soggetta la Corte di cui parliamo. Questi stabili coll'andar del tempo divennero proprietà di altre famiglie. Ancora però nel 1699 alcuni caratti di casa situata «al Ponte Rosso, in Corte da cha Bonazza, in contrà dell'Anzolo Rafael», erano in ditta d'un'«Isabetta r.ta Nicolò Bonazza», donde passarono in quella d'un'«Adriana r.ta Zuane Terzi». Della surriferita famiglia fu forse quel «Marco Bonazza laner», che nel 1582 era domiciliato in faccia la chiesa dei Carmini, e che non crediamo una persona diversa da quel Marco Bonazza, il quale nel 1568 costrusse in chiesa dei Carmini un sepolcro per sé, per la moglie Dorotea Prezzato, e pei figli con epigrafe riportata dai raccoglitori.

Bonfadini (Corte)

agli Ognissanti. In «Corte Bonfadina a Ogni Santi», posta anche anticamente sotto la parrocchia dei SS. Gervasio e Protasio («vulgo S. Trovaso»), possedeva alcune case nel 1661 il «N. U. Zambatt. Bonfadini». Egli nacque da un Giovanni Chizzali, venuto dal Tirolo circa il 1580, il quale prese a dirigere una bottega da droghe in «Ruga dei Spezieri» a Rialto, appartenente ad un Nicolò Bonfadini, di cui sposò la nipote. Il Chizzali, rimasto erede del medesimo nel 1602, ne assunse il cognome, continuandone il traffico, e colle ammassate ricchezze diede agio ai propri figli G. Battista, Francesco, e Giuseppe di farsi ammettere al Maggior Consiglio nel 1648. Sembra che le case in «Corte Bonfadini» fossero state comperate dallo stesso Chizzali, trovandosi ch'egli innanzi al Collegio dei X Savii traslatò in propria ditta una «casa e cinque casette in contrà de S. Trovaso pervenute nel d. per strumento d'acq.sto fatto da Pasqual Pizzoni e frat. q. Zacc.a sotto 22 feb. 1620 a nativitate, nelli atti de Z. And. di Catti». <
]