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Arsenale (Ponte, Fondamenta, Rio, Ponte, Fondamenta, Ramo, Campo, Calle al Campo dell', Fondamenta d

a S. Martino. Alcuni derivano il vocabolo «Arsenale» (in Dante «arzanà») da «arginato», ossia luogo chiuso da argini. Il Sansovino da «arx Senatus» (rocca o fortezza del Senato). Il Ducange da «ars», che in bassa latinità vuol dire «macchina». Il Gallicciolli da «harras», che presso gli Orientali significa «facitura d'istrumenti fabbrili». Il Muratori, con più verità di tutti, da «darsena», parola d'origine araba, che indica il luogo ove si fabbricano e si custodiscono le navi.
Il nostro Arsenale venne fondato intorno al 1104, sotto il doge Ordelafo Falier, ma acquistò miglior forma, ed ebbe la prima aggiunta nel 1303, ovvero 1304, quando, sul modello, come pare, d'Andrea Pisano, vi si costrussero nuovi cantieri, nonchè la «Tana» o «Casa del Cànevo», rifatta poscia nel 1579 da Antonio Da Ponte. Ottenne una seconda aggiunta nel 1325 («Arsenale Nuovo»), una terza nel 1473 («Arsenale Nuovissimo»), una quarta poco prima del 1539 («Riparto delle Galeazze»), ed una quinta nel 1564 («Canale delle Galeazze e Vasca»). Altre aggiunte seguirono nel 1810 coll'aggregamento della chiesa e del monastero della Celestia, allora soppressi, ed altre ancora nel 1820 e 1828, benché queste di pochissimo rilievo. Il complesso dei suddetti riparti è protetto da turrite mura, costituenti un recinto di circa due miglia geografiche.

L'ingresso dell'Arsenale è chiuso da una barriera avanzata, costrutta nel 1682, con otto statue sormontanti i pilastrini, le quali figurano deità pagane, opere di F. Cabianca e di G. Comino, e con quattro leoni all'intorno di marmo pentelico, portati a Venezia dall'Attica nel 1687, a merito di Francesco Morosini detto il Peloponnesiaco. La porta, eretta nel 1460 sul disegno, per quanto pare, di frate Giocondo, coll'insegna di S. Marco nell'attico, fu decorata nel 1571 dalle figure in alto rilievo ai fianchi, e nel 1578 dalla statua di S. Giustina sulla sommità, scolpita dal Campagna in memoria del trionfo alle Curzolari. Venne poi convertita nel 1688 quasi ad arco trionfale, con emblemi e trofei guerreschi, in onore del Peloponnesiaco.

Il nostro Arsenale patì varii incendii, il più terribile dei quali fu quello che avvenne poco prima la guerra di Cambrai, quasi presagio dei mali sovrastanti allora alla Repubblica. Ad altro grave incendio soggiacque nel 1569. Non pertanto, osserva il Berlan, in quel tempo era tanta la floridezza della Veneta potenza, che un anno dopo da quel medesimo Arsenale usciva la flotta che distruggeva le forze navali dei Turchi nel golfo di Lepanto.

Il governo dell'Arsenale era affidato, fino dai primordi, a tre patrizi chiamati «Provveditori» o «Patroni all'Arsenal», ai quali nel 1490 s'aggiunsero dal Senato due individui del proprio corpo, e nel 1498 un terzo, col titolo di «Sopra Provveditori all'Arsenal». Per le mansioni affidate a queste due magistrature, e per le leggi all'Arsenale riguardanti, vedi principalmente il Tentori («Saggio sulla Storia Civile ecc. della Repubblica di Venezia»).

In «Campo dell'Arsenale» scorgesi un pilo di bronzo che sostiene lo stendardo, e che venne gettato nel 1693 da Gianfrancesco Alberghetti. Questo campo ampliossi nel 1797.

Uno dei due ponti esterni di legno dell'Arsenale, cioè quello che è più prossimo al campo suddetto, chiamasi eziandio «del Paradiso», da un palazzo che era così intitolato, e che, insieme agli altri due «il Purgatorio» e «l'Inferno», prospettanti la «Fondamenta di faccia l'Arsenal», serviva un tempo di residenza ai «Provveditori» o «Patroni all'Arsenal».

Anche la «Fondamenta dell'Arsenal», che sta alla destra di chi s'accinge a venire dalla «Riva degli Schiavoni», ha, col prossimo rivo, l'altro nome «della Madonna», da una chiesetta dedicata alla Vergine, e demolita nel 1809.

Arzere (Ponte, Rio dell')

alle Terese. Per queste, ed altre consimili denominazioni, vedi S. Marta (Arzere).

Ascension (Calle, Ramo Primo, Calle Seconda, Ramo Secondo dell')

a S. Marco. La chiesa dell'Ascensione, eretta a spese del comune, si diceva anticamente «S. Maria in capo del Broglio», perché era posta in capo della «Piazza di S. Marco», chiamata, pel terreno erboso, «Brolo» o «Broglio». Da principio venne concessa ai Templari, dai quali nel 1312 passò coll'annesso monastero nelle mani dei Cavalieri Gerosolimitani. Questi nel 1324 vendettero ambidue gli edifici ai Procuratori di S. Marco, che nel 1336 li diedero in affitto ad un frate Molano ed a' suoi compagni. Al mancare di essi, destinossi un rettore alla chiesa, ed il monastero si fece servire più tardi ad uso di albergo coll'insegna della Luna, che esiste tuttavia. Nel 1516 la chiesa venne in potere della Confraternita dello Spirito Santo, detta dell'Ascensione, e nel 1597 fu rifabbricata. Si chiuse nel 1810, e servì a magazzino privato infino al 1824, epoca in cui interamente si distrusse.
Avendo Pietro Orseolo I salpato contro i Narentani nel giorno dell'Ascensione (anno 997), ed acquistato l'Istria e la Dalmazia, fu stabilito che ogni anno, ricorrendo tale festività, si dovesse fare una solenne visita al mare. Quando poi il pontefice Alessandro III, grato pel cortese ospizio e pell'appoggio ottenuto dai Veneziani nelle sue contese col Barbarossa, donò al doge Sebastiano Ziani un anello, come segno del dominio che gli concedeva sopra l'Adriatico, si aggiunse la cerimonia dello sposalizio del mare. Nacque il costume cioè, che, arrivato il doge col bucintoro alla bocca del porto, gettasse in mare un anello, benedetto dal vescovo, con queste parole: «Desponsamus te mare in signum veri perpetuique nostri dominii».

Nel giorno dell'Ascensione incominciava pure la celebre fiera di Venezia. Istituita era la medesima nel 1180 per approfittare dello straordinario concorso di forestieri, che un'indulgenza, concessa dal pontefice Alessandro III a chi di quel tempo avesse visitato la basilica di S. Marco, procurava alla nostra città. Da principio durava otto giorni soltanto, ma, in progresso di tempo, prolungavasi fino a quindici. In questa circostanza solevasi rizzare in «Piazza S. Marco» un apposito recinto di botteghe per disporre in bel modo le merci, avendo ogni arte il proprio posto, come tuttora si scorge da qualche iscrizione del selciato. Il primo degli accennati recinti fu costrutto nel 1307; l'ultimo nel 1776, sopra elegante disegno del Maccaruzzi. Gran numero di compratori e di curiosi accorreva a questa fiera, e vaga mostra vi facevano la mattina le gentili Veneziane col loro nazionale «zendaleto», e di sera uomini e donne in «bauta».

Aséo (Calle e Ponte dell')

ai SS. Ermagora e Fortunato. Da un'antica fabbrica d'aceto che qui esisteva nei secoli XV e XVI. N'era forse uno dei padroni quel «M.r Anzolo da l'aseo» che, giusta i Necrologi Sanitari, morì per ferite in parrocchia dei SS. Ermagora e Fortunato «adì 13 Zener 1587».
Del «Ponte dell'Aseo» fa cenno Marin Sanudo ne' suoi «Diarii», sotto la data 28 luglio 1499, con le seguenti parole: «E' da saper eri fo ritenuto per il Consejo dei X uno citadin vechio e richo nominato Pasqualin Milani, qual teneva una botega de ojo, et una di tele, et fo per sodomia con un Vincenzo Sabatin, et fo trovato in casa di una meretrice al ponte dil Axeo...»

Nota il Gallicciolli un gran incendio sviluppatosi íl 3 agosto 1725 al ponte medesimo.

Anche a S. Giovanni Grisostomo vi sono delle località pel medesimo motivo così appellate.

Quanto alla «Calle» ed alla «Corte dell'Aseo» a S. Margarita, sembra ch'esse invece abbiano preso il nome da una famiglia Aseo. Infatti la Descrizione della Contrada di S. Margherita pel 1740 dimostra che colà domiciliava «Antonio Aseo» in una casa, presa a pigione nel 1715, delle monache della Celestia. E l'Anagrafi dei Provveditori alla Sanità per l'anno 1761 annovera tra i parrocchiani di S. Margarita un «Isepo Aseo bollador». Nella stessa parrocchia morì il 17 luglio 1775 «Caterina q. Zuane Aseo» d'anni 70.

Assassini (Rio Terrà, Calle degli)

a S. Benedetto. Il rivo di cui facciamo parola, prima del suo interramento, era attraversato da un ponte detto «degli Assassini», pei frequenti assassinii che vi si commettevano la notte, in tempi assai remoti. Continuando tale disordine, il governo proibì nel 1128 l'uso delle barbe posticce alla greca, solite a portarsi dai malfattori per non essere conosciuti, ed ordinò che nelle strade mal sicure fossero posti ad ardere notte tempo alcuni «cesendeli», o lanterne. Ecco come racconta il fatto un antico cronista: «Ancora sotto questo doxe» (Domenico Michiel) «se usava pur assae barbe postice alla greca, de sorte che veniva fatto de gran male la notte, e massime nelli passi cantonieri, come Calle della Bissa e Ponte dei Sassini, che si trovava molti ammazzati, e non si sapeva da chi fossero stati, perché non si conoscevano i malfattori, et per il dominio furono bandite dette barbe sotto pena della forca che no se le portasse nè di dì, nè di notte, e così si dismesse. Et fu ordinato che per le contrade mal secure fossero posti cesendeli impizadi che ardessero tutta la notte, dove furono poste le belle ancone» (immagini devote). «Et questo tal cargo fu dato alli piovani, e la Signoria pagava le spese».

Astori (Ramo)

a S. Agostino. «Isabetta Valentini Astori» e «Federigo Valentini q. Zuane», commissarii «del q. Alberto Astori q. Zamaria», domandarono nel 1740 ai X Savii sopra le Decime «che sia dato debito alla ditta di Gio. Maria, Federico, Antonio e Carlo fratelli Astori, q. Alberto, q. Zamaria, di tutte le rendite et intrade di lor ragione». Tra queste, oltre la casa da stazio a S. Apollinare in «Campiello dei Sansoni», ed altre case di Venezia con beni in terra ferma, eravi uno stabile «in due soleri» a S. Agostino, che allora affittavasi. Appare poi dai Registri dell'«Avogaria» che Carlo, uno dei suddetti fratelli, si divise dagli altri dopo aver sposata nel 1751 Cecilia Buffetti, ed abbandonò la casa paterna di S. Apollinare, andando ad abitare lo stabile di S. Agostino, che traslatò in propria ditta il 2 maggio 1754. Colà gli nacquero Alberto, Gio. Maria e Francesco, approvati cittadini originarii il 22 decembre 1755. Uno di essi, cioè Gio. Maria, tradusse in italiano col fratello Alberto gli «Elementi Cronologici di Guglielmo Bevereggio», impressi in Venezia nel 1795. Pubblicò inoltre nell'anno medesimo la «Pratica ed uso di alcune macchine rurali ecc.», nella qual operetta si qualifica nobile di Treviso, e socio di varie accademie. Anche nei traslati di beni del 1800 lo vediamo nominato «nob. Z. Maria Astori q. Carlo». La famiglia Astori aveva tomba in chiesa di S. Apollinare, e teneva aperte per suo conto una bottega di zuccheri e droghe in «Corderia» a Rialto, ed una raffineria di zucchero in «Carampane».
In fondo al «Ramo Astori» fu posta nel 1871 la seguente iscrizione: nel maggio 1804 — qui nacque daniele manin — r.s. ferruzzi pose.

Astrologo (Corte dell')

a SS. Ermagora e Fortunato. E' detta negli estimi «Corte del Strologo», del quale cognome ebbe esistenza una, e forse più famiglie, in Venezia. Ma qui potrebbe aver abitato anche qualche «strologo», od astrologo, vale a dire qualche mago, od indovino. In questo proposito giova avvertire che, avendo i nostri continua pratica coi popoli d'Oriente per ragioni di commercio, s'imbevvero delle fole astrologiche, elevate al grado di scienza da Francesco Giuntini di Firenze e da Luca Gaurico quando soggiornarono in Venezia. E' celebre quel patrizio Francesco Barozzi, il quale, unendo all'astrologia la magia, aveva l'immaginario potere di far comparire ne' suoi circoli, descritti con un coltello tinto del sangue d'uomo ucciso, qualunque spirito dell'altro mondo, accompagnato dal grazioso corteggio di dragoni, furie e demoni. In Candia egli s'era abbattuto in una erba detta «felice», atta a cangiare ogni più grosso asino nel maggior sapiente del mondo, e sapeva il secreto per cui i zecchini spesi nella sua saccoccia tornassero. Conosceva finalmente l'arte di rendersi invisibile, arte però che nulla gli valse contro gli occhi dei birri, dai quali fu scoperto e catturato, per essere poi condannato a perpetuo carcere dal S. Ufficio, con sentenza 16 ottobre 1587. Al pari di lui acquistossi rinomanza un Francesco Priuli, il quale, immaginandosi d'aver acquistato la virtù di volare, volle farne esperimento spiccando un volo fuori della finestra, e fracassandosi le cosce nella caduta. Né altri astrologhi o maghi mancarono, anche di minor lega e portata, soliti a spacciare le loro ciurmerie specialmente alle credule donnette.

Avogadro (Ponte)

a S. Maria Formosa. Mette al palazzo Avogadro, ed era un tempo di legno, poiché nella Pianta di Venezia unita ai «Viaggi» del padre Vincenzo Coronelli, pubblicati nel 1697, è qui segnato il «ponte di legno va in Ca' Avogadro». Questa famiglia, che si crede un ramo degli Scaligeri, acquistò il cognome dall'essere stata per molto tempo ne' suoi individui avvocata del Vescovo e della chiesa di Brescia. Avendo un Pietro Avogadro potentemente cooperato alla preservazione di Brescia, assediata dall'armi del Duca di Milano, fu ammesso al Maggior Consiglio coi discendenti nel 1437. Luigi Antonio, di lui figlio, trovossi nel 1495, come condottiere dei Veneziani, alla famosa giornata del Taro contro i Francesi, e poscia, col titolo di Mastro di Campo, all'assedio di Novara. In occasione della lega di Cambrai, egli offerse alla Repubblica 600 fanti pagati a sue spese per anni, ma essendo stato causa che Brescia, occupata dai Francesi, ritornasse sotto il Veneto dominio, ed avendo in seguito i Francesi, alla lor volta, ricuperato la città, venne dai medesimi, nel 1512, fatto decapitare coi figli Pietro e Francesco. Altri della famiglia Avogadro si resero celebri nell'armi, fra i quali ci piace rammentare quel Rizzardo, che fin da giovinetto militò nelle guerre di Germania e di Fiandra, duellò vittoriosamente col colonnello Forgatz, stimato allora il più franco spadaccino tedesco, nel 1632 fu tenente colonnello del generale Piccolomini, e ritrovossi alla famosa battaglia di Lützen, in cui morì il re di Svezia, ed in cui pur egli riportò una grave ferita. Appena guarito ritornò in Italia, ove, come generale, comandò la cavalleria del duca di Parma nella mossa che questi intraprese in favore dei Francesi contro gli Spagnuoli, ma nel 1635, essendo a campo sotto Valenza, colpito di moschetto terminò la gloriosa carriera. Vedi il Capellari Vivaro («Campidoglio Veneto», Classe VII, Codici 15-18 della Marciana).
Leggesi nei «Diarii» del Benigna (Ms. alla Marciana): «4 aprile 1726, alle hore una e 1/2 di notte, il sig. Anzolo Sonzogno si è annegato, et con colpo nella testa, a S. M. Formosa dal Ponte di ca' Avogadro»

Avogarìa (Ponte, Rio, Ramo, Calle della)

a S. Barnaba. Dalla cittadinesca famiglia Zamberti, soprannominata «dall'Avogaria», perché gli individui della medesima sostennero le principali cariche nell'ufficio dell'«Avogaria di Comun». La cronaca cittadinesca attribuita ad Alessandro Ziliolo, nell'esemplare già posseduto dal Cicogna, ed ora depositato nel Civico Museo, ha queste parole, trattando dei Zamberti: «Le loro case da statio spatiose e comode si vedono in Calle Lunga, a S. Barnaba, appresso il Ponte cognominato dell'Avogaria dalle habitationi contigue di detti Zamberti». Queste case, dopo l'estinzione dei Zamberti, avvenuta nel principio del secolo XVII, passarono per eredità nella famiglia Superchi.

Avvocati (Calle dei)

a S. Angelo. Per lo passato qui abitavano varii avvocati. Ne può far testimonianza l'elenco dei medesimi che leggesi nello «Specchio d'ordine per tutto il mese di Aprile 1761». Anche Nicandro Jasseo, nel suo poema: «Venetae Urbis Descriptio», così canta, parlando dei campi di S. M. Zobenigo, S. Maurizio, S. Angelo, e strade vicine:
«Hos campos persaepe tenent, callesque propinquos,
Sole petente undas, qui jurgia dira frequentant;
Inveniunt hic quos sparsim elegere patronos,
Et statuunt quid mane novo det jungere casus».

Sotto poi vi è la nota seguente:
«Hic, vel in propriis, vel aliorum domibus, omnes causarum patronos invenies post meridiem».

Il numero degli avvocati sotto la Repubblica era indeterminato. Dovevano però essere nati nello stato, od aver domiciliato dieci anni almeno colle loro famiglie in Venezia, non aver avuto alcuna condanna per delitti infamanti, essere addottorati nella Università di Padova, e poter provare quattro anni di pratica. Il Maggior Consiglio eleggeva e stipendiava 32 avvocati patrizii perché esercitassero la loro professione in favore dei poveri. Ve n'erano destinati 6 pei «Consigli di Quaranta», 18 pei tribunali di Ia istanza, che si chiamavano «avvocati per le Corti», 6 pegli Uffici di Rialto, e 2 pei prigioni. I nostri avvocati nelle loro arringhe usavano del dialetto nativo, ed aiutati dalla dolcezza ed armonia del medesimo, ci lasciarono splendidi esempi di viva e maschia eloquenza. Tra i più distinti s'ammirarono un Carlo Contarini per la facilità d'esprimersi, e valore nell'epilogare; un Costantini per la maestria nel muovere gli affetti; un Cordellina pel colorito pittoresco; un Cromer pel suo dire spiritoso, persuadente, e culto; uno Stefani pel suo impeto greco; un Gallino, un Alcaini, un Fossati per altri molteplici pregi.

In Calle degli Avvocati si radunava l'Accademia dei Sibillonisti, istituita dal notajo Ruggero Mondini. La raccolta dei «Sibilloni» (ebbe tal nome un certo genere di sonetti), composti da questi accademici nell'occasione del primo blocco di Venezia, leggesi con piacere divulgata per le stampe.
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