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Balleràn (Calle)

a S. Giobbe. I Necrologi Sanitarii annoverano fra i decessi il 28 luglio 1614 in parrocchia di S. Geremia, nel cui raggio giurisdizionale comprendevasi anche anticamente il circondario di S. Giobbe, «Thomio del q.m Anzolo Baleran de anni 44 da fievre maligna, g.ni 8, medico il Peranda».

Balloni (Calle, Sottoportico, Corte dei)

a S. Marco. Nelle Notifiche del 1566 vediamo appellate queste località «Calle» e «Corte del Balloner» da un fabbricatore, o venditore di «balloni» (palloni) che qui anticamente stanziava.

Ballotte (Calle, Ponte delle)

a S. Salvatore. Ritroviamo nelle «Raspe» dell'Avogaria, che una «Maria a Ballotis», da S. Salvatore, ottenne il 10 aprile 1424 l'annullamento d'una condanna inflittale, con sentenza 18 marzo 1422, dal Magistrato del Mobile. Costei poteva essere «dalle Ballotte» di cognome, oppure venir così chiamata perché fabbricasse, o vendesse le «ballotte», o pallottole, inservienti alle votazioni. Riporta Leonico Goldioni, anagramma di Nicolò Doglioni, nelle sue «Cose Notabili et Maravigliose della città di Venetia», che nel 1283 le «ballotte pel Maggior Consiglio» si facevano di cera, ma perché alcuna ne restava attaccata ai bossoli, si ordinò che si facessero di pezza di lino. Il Gallicciolli («Memorie Venete») ritrovò poi scritto, che le monache di S. Girolamo ebbero, nel 1421, 100 ducati, e nel 1481 altri 50, e ciò per fabbricar le «ballotte» ad uso del Maggior Consiglio.
A piedi del «Ponte delle Ballotte», sul muro d'una casa, scorgesi l'arma Tron a musaico, con iscrizione, donde s'impara che quella casa venne lasciata nel 1523 da Antonio Tron procurator di S. Marco alla scuola dei Mercanti.

Banchetto (Sottoportico e Corte, Ramo Corte del)

a «S. Giuliano». E' probabile che il nome dipenda da qualche banchetto, o tavola, ove si vendessero mercatanzie, o commestibili, poiché nella «Nota degli Abitanti della Contrada di S. Giuliano fatta per commissione pubblica, et eseguita dal R.o D. Gio Batta. Zonta, Sac.e titolato e Sag.no» nel 1795, leggiamo che in «Campo della Guerra», ove hanno ingresso le strade di cui si parla, stanziava «Andrea Palazzi banchettier».
In «Corte del Banchetto»

a S. Giuliano, nella casa che portava il civico numero 366, ed ora porta l'anagrafico 506, abitava Giacomo Surian, celebre medico ariminese. Sopra il lato di questa casa che guarda la «Corte del Forno» vedesi tuttora scolpito lo stemma dei Surian, stemma ripetuto eziandio sulla facciata della casa medesima respiciente il «Rio della Guerra», col nome «Jacobus Surianus», con quelli d'«Aristotile» e «Galeno», e col verso: «Rura, domus, nummi, felix hinc gloria fluxit». Giacomo Surian nel 1499 fece il suo testamento, in atti Andrea dalla Scala, nella casa medesima, ove pure in quell'anno venne a morte. In tale proposito così scrisse Marin Sanudo nei «Diari»: «1499. Adì 9 novembrio morite m.o Jac.o da Rimino medico, qual havia fato caxe con questo verso n.o do, una a S. Zulian, et una a S. Trovaxo, zoè: Rura, domus, nummi, felix hinc gloria fluxit. Fo sepulto a S. Stefano in una archa in chiesia, dove etiam è questo verso. Lassò uno fiol dott. medico».

Banco giro (Sottoportico del)

a Rialto. Cinge da due lati la piazzetta di S. Giacomo, ed è sormontato da una parte delle «Fabbriche Vecchie». Acquistò il nome dall'essere stato sede del pubblico banco mercantile, detto «Bancogiro». I banchi di Venezia s'istituirono nel 1157, ed erano da prima affatto privati. Quasi sempre venivano tenuti dai nobili, i quali, per altro, dovevano presentare all'ufficio dei «Consoli sopra Mecanti» un fideiussore fino alla concorrenza di certa somma. Nel 1524 si formò pure il Magistrato dei «Provveditori sopra Banchi», e si presero altre cautele in proposito. Tuttavia, siccome parecchi banchieri fallivano, così nel 1584 venne istituito, per consiglio di Jacopo Foscarini, il banco di cui teniamo parola sotto la guarentigia del governo. «Codesto banco», dice il continuatore del Berlan, «si poteva più propriamente intitolare banco di depositi, dappoiché non emetteva biglietti pagabili al presentatore, ma trasportava le partite da un nome all'altro, e restituiva ai privati i loro depositi quandunque avessero voluto, avendo il Governo destinato a tal uopo fino dal principio i capitali occorrenti. Un senatore, col nome di depositario, ne teneva la presidenza, e tutti gl'impiegati avevano obbligo di prestar sicurtà. Il banco aprivasi sul mezzo giorno, e nel corso dell'anno si teneva chiuso straordinariamente quattro volte per fare i bilanci generali, nel qual tempo il danaro serbavasi nella pubblica Zecca, ove lo si portava processionalmente lungo la Merceria; e tutti i bottegai, durante quel trasporto, dovevano star ritti sulla porta con picche ed alabarde in mano per esser pronti alla difesa del tesoro.
La scrittura di banco tenevasi per lire, soldi, danari. La lira corrispondeva a dieci ducati d'argento; ma siccome la moneta di banco godeva l'aggio del venti per cento, così valeva dodici ducati. Il soldo corrispondeva a lire 4, soldi 16, della moneta corrente, ed il danaro a soldi 8 comuni. Per rendere più difficili alterazioni nei giri del banco, si facevano con apposite cifre, dette dagli scrittori d'allora figure imperiali, e trattandosi d'un giro a debito dello Stato, nol si poteva eseguire se non dietro speciale decreto del Pregadi».

Presso il «Sottoportico del Banco Giro» scorgesi un antichissimo tronco di colonna, sormontato da una lastra di marmo, da cui si bandivano le leggi al tempo della Repubblica. Mette alla sommità di detta colonna una picciola scala sostenuta da una statua ricurva, chiamata il «Gobbo di Rialto», scultura di Pietro da Salò (1541). Riguardo al «Gobbo di Rialto» scrive la cronaca Barba (Classe VII, Cod. 66 della Marciana): «Jera costume in Venetia che, quando era terminato un per ladro, over per altro, ad esser frustado da S. Marco a Rialto, li malfatori, come erano in Rialto, andavano a basar il Gobbo di pietra viva che tien la scala che ascende alla colonna delle grida; fu terminado che più questi tali non andassero a far tale effetto, et però fu posto in la colonna sopra il canton, sotto il pergolo grando in Rialto, una pietra con una croce, et uno S. Marco di sopra, aciò li frustadi vadano de cetero a basar la d. +, et fu posta a dì 13 marzo 1545». Il S. Marco e la Croce si vedono tuttora. Il «Gobbo di Rialto» ebbe un ristauro nel 1836, postavi a salvaguardia una barriera di ferro. In tale occasione il Cicogna scrisse, nel giornale intitolato il «Vaglio», uno spiritoso articolo, donde si desume che questa statua, al pari di quelle di Pasquino e Marforio in Roma, venne fatta parlare a stampa fino dal 1577 col «Dialogo del Gobbo da Rialto et Marocco dalle pipone delle colonne di S. Marco sopra la cometa alli giorni passati apparsa su nel cielo». Per «Marocco» qui si vuol intendere una di quelle piccole figure poste ai gradini delle colonne della «Piazzetta di S. Marco», la quale tiene una cesta di poponi. Seguita il Cicogna ad annoverare altri dialoghi satirici e corrispondenze del «Gobbo» con Pasquino e Marforio, che si pubblicarono nei secoli successivi.

Bande (Ponte, Calle delle)

a S. Maria Formosa. «Si suppone», scrive il Dezan, «che questo ponte si chiami delle Bande per essere stato il primo in questi contorni eretto coi muriccioli laterali che chiamansi Bande».
Narra la cronaca Magno (Classe VII, codici 513-518 della Marciana) che, visitando il doge nella vigilia della Purificazione la chiesa di S. Maria Formosa, il pievano, al «ponte de pietra buta in campo» soleva stendere una tovaglia, né lasciava passare il principe se non gli avesse dato una moneta di rame, detta «bianca», solita a coniarsi per quella funzione soltanto. Altre cronache dicono che l'offerta facevasi «sul ponte arente alla giexia». Si può credere adunque che, essendo quello delle «Bande» il ponte più vicino alla chiesa di S. M. Formosa, sul medesimo la descritta cerimonia avvenisse.

Bandiera (Corte)

sulla «Fondamenta delle Penitenti». Un «G. Bandiera et frat. q. Carlo q. Antonio» fecero passare in propria ditta da quella di «Zuane Salgarella», con traslato 1° luglio 1662, «una casa et magazen da malvasía in contrà de S. Geremia in Cannaregio, pervenuti nelli detti frat. in virtù de pag.° di dote fatto al off.° del Proprio sotto dì... Zugno 1654»

Bandiera e Moro (Piazza)

a S. Giovanni in Bragora. Questa località, la quale prima dicevasi «Campo della Bragola», assunse la denominazione attuale in onore dei due fratelli Attilio ed Emilio Bandiera, già qui domiciliati nel palazzo Soderini, i quali, con Domenico Moro, ed altri compagni, subirono per la libertà italiana la morte a Cosenza nel 1844. Nel 1867 si tradussero i mortali avanzi dei Bandiera e del Moro a Venezia, e furono sepolti nella Chiesa dei SS. Giovanni e Paolo.
Quanto al vecchio nome di «Campo della Bragola», convien osservare che «Bragola», «Bragora», «Bracata», e «Braida» chiamavasi ab origine l'isola sopra cui sorge la chiesa di S. Giovanni Battista. Quest'isola era una delle «Gemini», o «Gemelle», le quali, oltre la contrada che ci occupiamo ad illustrare, comprendevano quelle di S. Martino, di S. Lorenzo, e di S. Severo, e si dicevano «Gemini», o perché fossero anticamente consecrate al culto dei Gemini (Castore e Polluce), o perché si rassomigliassero fra loro nella forma. Molto si disputò intorno l'etimologia del nome «Bragola», ed altre varianti. Il Dandolo lo fa provenire da Bragola, provincia dell'Oriente, donde si trasportarono a Venezia alcune reliquie del Precursore. Questo cronista, parlando del vescovo olivolense Domenico IV Talonico, dice chiaramente: «qui de provincia vocata Bragula reliquias S. Joannis Baptistae deduxit, et in ecclesia, quam sui progenitores sub Sancti vocabulo fabricaverunt, cum devotione deposuit, quae vocata est hac de causa S. Johannis Bragulae». Altri, contraddicendo tal fatto, voglion che «Bragola» derivi dal «bragolare», o pescare, che qui anticamente costumavasi. Altri dai mercati che qui si tenevano detti «bragole», in greco «agorà». Altri dalla voce orientale «b'ragal», significante due uomini, o due eroi (Castore e Polluce). Altri finalmente, ritenendo come forma primitiva non «bragola», ma «bragora», dalle due voci «brago» (melma o fango) e «gora» (canale d'acque stagnanti), quasi si avesse voluto indicare in tal guisa l'antica condizione del terreno fangoso, ed intersecato dall'acque.

La chiesa di S. Giovanni Battista dicesi fondata da S. Magno nel secolo VII. Quindi venne rinnovata nell'817 da Giovanni Talonico, e rifabbricata due volte, la prima nel 1178, e la seconda nel 1475. Anche in tempi posteriori, e specialmente nel 1728, ebbe nuovi ristauri.

L'istituzione della parrocchia rimonta ad epoca lontana. Nel 1810 le si aggiunsero alcune frazioni tolte a quella di S. Martino, ed una parte della soppressa parrocchia di S. Antonino.

Narra la cronaca Barba che il doge Domenico Michiel, il quale governò la Repubblica dall'anno 1118 al 1129, «fece edificare uno bel palazzo con un zardin in contrà de S. Zuane in Bragola in lo qual molte fiate se andava a trastullar». Ed un'altra cronaca aggiunge che, quando egli nel 1129 rinunziò al principato, portossi ad abitare in questo palazzo medesimo.

Pel pontefice Paolo II, nato in questa parrocchia, vedi Papa (Sottoportico e Corte del).

Il 17 febbraio 1756 M. V. si diede in «Campo della Bragola» una gran caccia di tori, nella qual occasione si ammirarono due voli fatti da due funambule, l'una andando all'insù, e l'altra all'ingiù del campanile. Vedi i «Notatori» di Pietro Gradenigo da S. Giustina al Civico Museo.

Bao (Ramo)

a S. Angelo. Leggasi «Bau», poiché questa denominazione, che, per essere moderna, non si trova negli Estimi della Repubblica, dipende da un Pietro Bau, ora defunto, il quale, parecchi anni fa, teneva aperto per suo conto uno spaccio da vino posto qui presso. Maestro di chitarra ed altro, egli aveva continua pratica colle donne d'allegra vita che in questo «Ramo» erano domiciliate. Ciò abbiamo appreso dall'indagini fatte ai vicini.

Barba fruttarol (Rio terrà di)

ai SS. Apostoli. Leggesi in una cronaca citata dal Gallicciolli: «Il D. Angelo Partecipatio» (chiamato anche Badoaro) «teneva ragione et il foro a S. Apostoli, e teneva le barche armate là dietro a quel cantone che salta fuori verso il ponte, e la riva comune che in quel tempo riceveva le barche di Murano, Torcello, Mazorbo, et Istria, ora è il traghetto di Murano a S. Canziano; e teneva questo suo palazzo fino al rio che ora si dice di Barba, e si chiamava Rio Baduario». Quasi delle medesime parole usa Nicolò Zeno («Dell'Origine dei Barbari»). Da ciò il Tentori ed altri arguirono che la voce «Barba» non sia altro che una corruzione di «Baduario». Ma si deve osservare, che la cronaca citata dal Gallicciolli ed il Zeno non dicono che la voce «Baduario» abbiasi convertito in «Barba», ma soltanto che quel rivo, il quale un tempo chiamavasi «Baduario», chiamossi poscia «del Barba». Inoltre, ammessa anche tale metamorfosi, come spiegare quell'aggiunto «fruttarol»? Crediamo pertanto, che il «Ponte di Barba Fruttarol» (ora distrutto), e per esso il rivo sottoposto (ora interrato), abbiano preso il nome da un «Barba», che qui esercitò il mestiere del fruttaiuolo, tanto più che in un catalogo delle meretrici di Venezia, pubblicato nel secolo XVI, troviamo un'«Anzola Trevisan» domiciliata «in rio da drio el barba fruttarol». Del resto anche il «Ponte del Bonomo» (poscia «delle Pignatte») in «Calle dei Fabbri» a S. Luca denominossi da un «Bonomo di Bonomo» fruttajuolo. E lo stesso avvenne, come dimostreremo, della «Calle del Passamonte» ai «Tre Ponti», nonché della «Calle», e «Calle e Ponte Zancana» a S. Marziale.
Scrive la cronaca del Savina: «A questo tempo nel mese di luglio» (1587) «s'è fatto un ponte nuovo et disfatto il vecchio nel luogo del rio del Barba Fruttarolo ai SS. Apostoli, et non si farà più quella volta lunga, et questo per comodità del serenissimo Principe Cicogna che nel giorno de XVIII d'Agosto, suo annuale, se ne va alla chiesa dei Crocichieri ad udir messa».

Nel 1620 Almorò Michiel q. Polo miseramente annegava in «Rio di Barba Fruttarol», ritornando di sera alla propria abitazione.
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