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Barbarigo (Corte)

all'Angelo Raffaele. La casa, che qui possedeva la patrizia famiglia Barbarigo, per cui vedi Duodo o Barbarigo (Fondamenta), venne distrutta nel 1820, ed anticamente apparteneva ai Michiel. Nel 1592 Nicolò Michiel diede alloggio in essa all'arciduca d'Austria Massimiliano, elettore di Polonia, il quale fatto era ricordato dalla seguente epigrafe posta nel giardino: Maximiliano Austriae Arciduci Maximiliani II Caes. F. Rodulphi II Caes. Fratri, Poloniae Regi Electo, Roma Redeunti Nicolaus Michaelius Hospit. XIII Kal. Maii. MDXCII.
La «Corte Barbarigo» all'Angelo Raffaele è attualmente chiusa.

Altre strade di Venezia portano il nome della patrizia famiglia Barbarigo.

Barbaro (Corte, Fondamenta, Ramo, Fondamenta, Calle)

a S. Vitale. Il palazzo Barbaro, di stile archiacuto, sembra eretto nel secolo XIV. Ignorasi, giusta il Fontana nelle sue Illustrazioni alla «Venezia Monumentale e Pittoresca», e ne' suoi «Cento Palazzi» ecc., a chi da principio appartenesse, sapendosi soltanto che Pietro Spiera, uno de' suoi antichi proprietarii, asserì nel suo testamento fatto il 17 settembre 1414, d'averlo egli pure comperato. In seguito l'ebbe un Pietro Franco, droghiere a S. Provolo; indi, sotto il doge Foscari, un Nicolò Aldioni, e fu da Lucia Coppo, vedova di quest'ultimo, che acquistollo Zaccaria Barbaro, cavaliere e procuratore di S. Marco, dalla famiglia del quale venne in epoca posteriore restaurato. V'abitarono nel 1499 l'ambasciatore di Francia, nel 1514 l'ambasciatore ungherese, e nel 1524 la vedova del marchese di Mantova, sorella del duca di Ferrara. I Barbaro possedevano pure un altro prossimo palazzo, fondato, dal 1694 al 1698, sul disegno dell'architetto Antonio Gaspari.
Questa famiglia, che impose il nome a più vie della nostra città, passò da Roma nell'Istria, quindi a Trieste, e finalmente a Venezia nell'868. Fu così chiamata per un Marco che, essendo provveditore dell'armata condotta nel 1121 dal doge Domenico Michiel in aiuto di Terra Santa, ritolse ai barbari il vessillo di S. Marco. Il valore di lui emulossi dai discendenti, e specialmente da Donato, vincitore nel 1259 del Paleologo, e da Antonio, che fu nel 1655 e 1656 Capitano in Golfo, nel 1667 Provveditore Generale in Candia, e nel 1670 Provveditore Generale in Dalmazia. Egli morì nel 1679, lasciando un legato di 30 mila ducati pell'erezione del prospetto della chiesa di S. Maria Zobenigo. I Barbaro si resero chiari anche per altri meriti, potendo vantare un Giosafat viaggiatore distinto, un Ermolao nominato nel 1491 da papa Innocenzo VIII patriarca d'Aquileja, noto pe' suoi lavori sopra Dioscoride, Aristotile e Plinio, e pelle importanti negoziazioni di cui fu incaricato presso Federico III e Massimiliano imperatori; per un Daniele, eletto nel 1557 coadjutore del patriarca d'Aquileja Giovanni Grimani, e traduttore di Vitruvio; finalmente per un Marco autore delle «Genealogie Patrizie», e d'altre opere inedite di veneziano argomento.

Barbier (Sottoportico del)

in Cannaregio. Ancora pochi anni fa scorgevasi qui aperta una vecchia bottega da barbiere.
Era costume fra i nostri maggiori, venuto forse dal vicino regno d'Italia, che i nobili ed anche i cittadini portassero la barba, esclusi i servi e gli ecclesiastici, servi anch'essi del Signore. Questi ultimi però stettero sbarbati fino al secolo XVI, e dopo portarono la barba in diverse fogge. Il patriarca Contarini la proibì loro nel 1509, ma essi in seguito tornarono ad usarla, né bastarono, come dice il Gallicciolli, 130 anni di replicati decreti per far sì che se la tagliassero. Frattanto i nobili cominciarono a deporla, leggendosi che l'ultimo in questo ceto a lasciarla crescere fu Paolo Foscari nel 1657, ed allora giova credere che anche gli ecclesiastici avranno seguito l'esempio degli ottimati. L'arte dei Barbieri è molto antica. Sappiamo che essi si distinsero nella processione dell'Arti, fatta nel 1268 per festeggiare l'elezione del doge Lorenzo Tiepolo. Idearono in quell'occasione una mascherata allusiva ai tempi dei cavalieri erranti. Si videro comparire, cioè, due di loro armati di tutto punto, sopra bellissimi destrieri, e condurre seco quattro damigelle capricciosamente abbigliate. Giunti in faccia al doge, uno scese da cavallo, ed inchinandosi disse: «Noi siamo due cavalieri erranti che abbiamo cavalcato per cercar fortuna, e ci siamo assai travagliati per conquistar queste quattro damigelle. Ora veniamo alla vostra Corte, e se alcuno volesse contrastarcele, siamo parati a difenderle da buoni cavalieri». Il doge rispose, che erano i ben venuti, che terrebbeli in grande onore, e che nessuno oserebbe toccare sì bella conquista. Allora i barbieri gridarono a gola squarciata: «Viva il nostro messer Lorenzo Tiepolo nobile doge di Venezia!» e passarono oltre. Sappiamo pure che quest'arte andò esente dall'obbedire alla legge, promulgata il 15 marzo 1306, con la quale proibivasi di tener fuoco in Rialto per timore degli incendii («Capricornus»). Soltanto però nel 1435 si costituì in corpo unitamente a quella dei parrucchieri. Era sotto il patrocinio dei SS. Filippo e Giacomo, ma nel 1465 trasportossi ai Servi, ove eresse nel 1468 una scuola, che rifabbricò nel 1772, dopo l'incendio del 1769. Aveva pure un altare in chiesa di San Giovanni Novo, ed un altro luogo di riduzione dietro la chiesa. Vedi: Cicogna, «Inscrizioni Ven.», volumi I e III.

Barbo (Ramo Corte, Corte, Ramo Corte seconda)

a S. Pantaleone. Affermano le cronache che i Barbo vennero da Roma nei primi tempi, e che erano «tribuni antichi, saggi e prudenti, di natura allegra, buoni compagni, et ingegnosi nelle cose del mar».
Il Codice 183, Classe VII, della Marciana, fa prova che questa famiglia aveva possessioni in parrocchia di S. Pantaleone fino dall'anno 1188. Anche nel 1379 abitavano a S. Pantaleone quei patrizi Barbo, i quali facevano fazione all'Estimo del Comune. Fra questi «Pantalon Barbo il piccolo» venne impiegato dalla Repubblica in importanti servigi, ed incontrò grandemente l'odio di Francesco di Carrara, signore di Padova, che nel 1372 spedì alcuni emissari per farlo trucidare. La trama andò a vuoto, «avendone avuto sospetto» (come si legge nella cronaca manoscritta del Caroldo, Codice 141, Classe VII della Marciana) «Cattaruzza meretrice nel Castelletto, che era luogo in Rialto deputato a peccatrici, et insieme Margarita per alcune parole che li disse la Gobba la quale teneva marzaria dietro S. Marco». Gli assassini quindi furono giustiziati, e premiate le donne rivelatrici del fatto. Nicolò Barbo q.m Giovanni, pur esso da S. Pantaleone, avendo ritrovata gravida d'un proprio servo Bona Tartara, che teneva in casa come schiava, fortemente bastonolla «cum un bigolo ab acqua». La schiava, giurando vendetta, corse tosto a comperare dell'arsenico in una prossima farmacia, e lo cacciò nella minestra del padrone, onde questi in breve morì. Essa, per sentenza della Quarantia Criminale 19 maggio 1410, venne condannata ad essere condotta pel «Canal Grande» legata ad un palo sopra una «peata», mentre un banditore gridava ad alta voce il di lei misfatto, ad essere quindi strascinata a coda di cavallo per la città fino in mezzo alle due colonne di S. Marco, e colà pubblicamente abbruciata.

Fra i distinti di casa Barbo nomineremo quel Lodovico che nel 1437 venne eletto vescovo di Treviso, e quel Pietro che il 30 agosto 1464 salì al trono pontificio col nome di Paolo II. Vedi Papa (Sottoportico e Corte del). I Barbo andarono estinti nel secolo trascorso. L'antica loro casa dominicale di S. Pantaleone è nominata dal Ridolfi («Delle Maraviglie dell'Arte, ovvero Delle Vite degl'illustri Pittori Veneti e dello Stato») colle seguenti parole: «In casa Barba a S. Pantaleone miransi nell'intavolato d'una stanza un capriccio de' sogni et alcune deità in un cielo con varie imagini delle cose apportate nel sonno alle menti de' mortali, e le quattro stagioni in figura nel recinto». Tali pitture erano del Tintoretto. Sulle scale poi dello stesso palazzo, che poscia appartenne ai Bembo, esisteva un simbolo marmoreo molto antico, disegnato dal Grevembroch («Veneziane Curiosità Sacre e Profane» al Civico Museo).

Barcaroli (Ponte dei).

Anticamente questo Ponte chiamavasi «del Cuoridoro» per una bottega da «cuoridoro», ricordata tuttavia dal nome d'un prossimo Sottoportico, e d'una prossima Corte. Vedi Cuoridoro (Sottoportico e Corte). Poscia chiamossi «dei Barcaroli» per lo stazio di gondole, che anche oggidì esiste in questa situazione.
Non lungi dal «Ponte dei Barcaroli», nella casa al N. A. 1827, morì il 23 dicembre 1851 il poeta Luigi Carrer.

Baretteri (Ponte, Rio dei)

a S. Salvatore. Il Marin nella sua «Storia Civile e Politica del Commercio dei Veneziani», dopo aver parlato di varie arti che nei secoli XIII e XIV fiorivano in Venezia, così si esprime: «Non erano meno in uso le berrette a quei dì, delle quali coprivano comunemente la testa non meno i plebei che i distinti cittadini, ed i nobili. Ponte dei Baretteri viene detto ancor quello che unisce la Merceria nella sua divisione, locché fa credere che le vicine strade avessero molte botteghe di venditori di questa manifattura». Infatti, il Gallicciolli cita tre «baretteri, o berretteri», da S. Salvatore (i confini della qual parrocchia giungevano anche una volta a questo Ponte) che nel 1379 fecero prestiti alla Repubblica. E più tardi altresì varii «berretteri» stanziavano presso il ponte suddetto, il quale nel libro «Presbiter» viene nominato fino dal 1315, e, per la prima volta fabbricossi in pietra nel principio del secolo XVI, leggendosi in Sanudo sotto il febbraio 1508 m. v.: «Fo compito el ponte di pietra in marzaria che prima era di legno, et fo bella opera, laudata molto da tutti». Sappiamo che nel 1741 venne levata una casa che ingombravalo, e che nel 1772 fu rifabbricato con balaustri decorati agli angoli da leoni, oggidì non più esistenti. Abbiamo poi un'incisione del Giampiccoli che rappresenta il solenne apparato eretto il 31 agosto 1772 sul ponte medesimo pel solenne ingresso del Cancellier Grande cav. Girolamo Zuccato. L'arte dei «Berretteri» si raccolse in corpo principalmente per una legge del 18 marzo 1475. Il 12 marzo 1506 decretossi poi che dovesse essere unita a quella dei «Marzeri». Essa contava anticamente molte fabbriche pel consumo della città, e per le commissioni solite a venire dall'Istria, Dalmazia e Levante, essendosi sparsa la fama che le berrette veneziane si tingessero con finitezza, e durevolezza di colore. Negli ultimi tempi però era decaduta d'assai per la mutazione del nazionale costume, sicché nel 1773 aveva soltanto sette botteghe con 27 capi maestri, 11 lavoratori, ed un garzone.

Bari (Calle Larga, Lista Vecchia dei)

a S. Simeon Grande. «Baro», scrive il Gallicciolli, illustrando questa località, «era un tempo un'isoletta fra Scopolo e Birri. E' però nome generale di terreno paludoso ed incolto. Perciò l'Erizzo nella sua cronaca dice che le monache della Celestia ebbero un baro per edificarvi un monastero ed una chiesa. Ed il Scivos dice che nel 1201 si fabbricò la chiesa di S. Andrea sopra un gran baro appresso al Lido».
Altri vorrebbero che qui un tempo abitassero, oppure avessero ritrovo, «bari», o barattieri, appoggiandosi al Sabellico, il quale dà il nome di «nebulonum» a queste località. Senonché è d'uopo considerare che il Sabellico, senza curarsi dell'etimologia dei nomi attribuiti alle contrade di Venezia, li traduceva molte volte in latino alla lettera, come ai suoi tempi correvano.

Quanto al titolo di «Lista Vecchia», è da notarsi che col vocabolo «lista» s'intendevano le adiacenze del palazzo d'un ambasciatore straniero, le quali godevano, come gli antichi asili, d'alcune immunità pei delinquenti. Questa era la lista dell'ambasciatore Cesareo domiciliato nel prossimo palazzo Correr, ora distrutto, che aveva la facciata sopra la così detta «Riva di Biasio». L'ultimo degli ambasciatori Cesarei ad abitarvi fu il marchese Giovanni Antonio Turinetti di Priè, il quale nel 27 luglio 1753 fu colpito da apoplessia a Mogliano, ed il 13 luglio 1754 venne sostituito dal conte Filippo Giuseppe di Rosenberg, che, come abbiamo veduto, pose stanza a S. Barnaba. Vedi Ambasciatore (Ramo dell').

Barozzi (Calle, Calle e Ponte, Ponte, Ramo, Sottoportico e Ramo, Calle, Corte Ramo primo, Ramo secon

a S. Moisè. In «Corte Barozzi» sorgeva anticamente un palazzo di gotico stile con torri e merlature, che scorgesi chiaramente nella Pianta topografica di Venezia, intagliata in legno nel 1500, ed attribuita ad Alberto Durero. Questo palazzo, posseduto dalla patrizia famiglia Barozzi, venne da essa rifabbricato nel secolo XVII sullo stile del Longhena, e poscia, per via di matrimonii, passò nei Corner e negli Emo, dai quali il 5 marzo 1827 l'ebbero i Treves. Antica per certo è la dimora dei Barozzi a S. Moisè, se fino dal 1164 un Domenico Barozzi, figlio di Vitale da Torcello, comperò in questa parrocchia un pezzo di terreno che confinava coi possedimenti colà situati, di altri della stessa famiglia. Vorrebbero alcuni che il palazzo di cui parliamo sorgesse in sostituzione della poco distante casa dominicale che i Barozzi avevano, secondo le cronache, «a banda zanca, in bocca del Rio Menuo, dalla parte verso S. Marco, per mezzo della Doana», e che venne spianata quando alcuni di essi si resero complici della congiura di Bajamonte Tiepolo. Potrebbe essere però che ambedue le case sussistessero contemporaneamente, e che la famiglia Barozzi nella parrocchia di S. Moisè si dividesse anticamente in più di un ramo. Essa è originaria di Padova, da cui passò a Torcello e quindi a Venezia, ove rimase del Consiglio quando fu chiuso. Un Giacomo Barozzi venne eletto barone dagli imperatori di Costantinopoli ottenendo il dominio delle due Isole di Santorino e Tirasia nell'Arcipelago. Egli fu padre di quell'Andrea che, generale di 55 galere, nel 1264 ruppe i Genovesi, prendendo la città d'Acri in Soria. Un patriarca di Grado, ed uno di Venezia, varii vescovi, ed altri uomini cospicui anche per dottrina, nobilitarono questa famiglia, della quale oggidì vive il commendatore Nicolò, direttore del patrio Museo.
Troviamo nelle cronache che in palazzo Barozzi a S. Moisè alloggiò nel giugno 1497 un ambasciatore Turco col seguito di dodici Greci, diretto al Re dei Romani, e che nel gennaio del 1498 M. V. v'alloggiò pure, incognito, il signore di Correggio, venuto per passatempo a Venezia. Cognato, com'era, di Benedetto Barozzi, vi ritornò nel 1500 e 1503.

In «Corte Barozzi», dopo il 1775, si trasportò l'uffizio delle Poste dello Stato, che stava anteriormente a S. Cassiano. Qui rimase fino al 1806. Vedi Posta (Via alla).

Barucchi (Calle)

in Ghetto Vecchio. «Colomba, Ester, Regina, Jacob et Emanuel, fratelli e sorelle Baruch q. Isach» traslatarono il 1° giugno 1728 da «Jacob Baruch q. Samuel Ebreo» vari stabili in «Ghetto Vecchio nella Calle Baruch», e ciò «giusta il pagamento di dote da essi ottenuto nel M.to Ecc.mo de Cinque Savii alla Mercantia, 2 ottobre 1727, e stime 14 marzo 1728, per la q. Rachel Sara Baruch loro madre».
In «Calle Barucchi» appiccossi un gran fuoco il 15 aprile 1752, che viene ricordato dal Gallicciolli, e di cui scorgonsi ancora i vestigi.

Barzizza (Corte, Ramo)

a S. Silvestro. Dal palazzo Barzizza, che ha il suo prospetto, collo stemma della famiglia, sul «Canal Grande». La famiglia Barzizza è d'origine bergamasca. Avendo il conte Nicolò Vincenzo Barzizza, canonico della cattedrale di Bergamo, sovvenuto di danaro la Repubblica nell'aspra lotta contro il Turco, venne ammesso al Maggior Consiglio, coi nipoti e discendenti, nel 1694. Egli nella supplica per ottenere il patriziato diede i cenni seguenti della propria famiglia: «Sono 4 secoli che Giacomo Barzizza nella rocca di Bergomo, come uno dei deputati della città, riconobbe la successione dei Visconti. Giacomo Ambrosio Barzizza si conciliò la famigliarità del Duca Galeazo Sforza con memorabili attioni, et illustri impieghi. Molti con la laurea dottorale insigni sopra le catedre più cospicue delle università più famose. Giuniforte Barzizza, dottorato in Pavia nell'età primitiva di tredici anni, scrisse molto, et operò assai per Alfonso re d'Aragona, et per i duchi di Milano, in servitio dei quali esercitò anco con sommo decoro il grado di Vicario Generale. Il Co. e Cav. G. Antonio, con titolo di dottore e Protonotario Apostolico, fu impiegato in diverse cariche in servitio della Santa Sede; è stato anco Auditore Generale delle Romagne. Finalmente, con diploma spetioso di Carlo V, e di Massimiliano II, che attesta la nobiltà di nostra casa, riconosciuta da stipite antico di 4 avi paterni e materni, fu Gio. Maria Barzizza dichiarato secretario e consigliere di Stato, perpetuando nella casa il titolo di Conte Palatino, e nella persona quello di cavaliere aureato con honore d'haver nella coronatione dell'Imperatore in Aquisgrana tenuto la sua spada» ecc. ecc.
Non è antica però la dimora dei Barzizza in Venezia, ed essi ebbero il palazzo da altre famiglie.
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