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DELHI

testo e foto di Umberto Sartory Delhi

 

Come una grande pustola di fango e cemento che suppura uomini animali e macchine, Delhi ti accoglie nel suo odore di curry e kerosene. Il caldo aspetta all'uscita dell'aereoporto e ti abbraccia, con l'intima aderenza di un lenzuolo bagnato.
Nelle orecchie vibra il basso continuo di generatori, condizionatori e diesel ricamato dal melisma di clakson e cicalini, la stessa sonoritá che trasuda nella ridda cromatica di insegne, vetrine e ambulanti, cui risponde il ritmo volumetrico degli edifici con infiniti sfalsamenti di terrazze, anditi, recessi e pertugi.
La struttura urbanistica č policentrica e si addensa in villaggi attorno ai bazar, tessuti in reticoli di viuzze dove il confine tra strada, abitazione e stalla si confonde nella polvere del Sole o nel limo del monsone.

Si cammina come il moto di particelle in un gas instabile o, ancora, come batteri in un siero di infezione. Il buon senso individuale sembra essere l'unico codice della strada in vigore tra la varietŕ di veicoli in transito e, date le condizioni, non si puň che annotarne l'eccellente funzionamento.
Ma non č che un'impressione di superficie. Sotto la crosta calda molle e repellente la cittŕ offre tesori d'arte, di sapienza e di umanitŕ.
Ogni individuo circolante č esposto all'interazione con il tutto circostante: il senso di importunitŕ semplicemente non esiste, nemmeno per coloro che son chiusi nelle automobili: si batte con insistenza ai finestrini chiusi, si offre e si chiede senza ritegno o pudore: l'elemosina come le pietre preziose, la droga come la "tikka", il punto colorato sulla fronte della benedizione induista. L'importante č parlarsi, conoscersi, fare mercato, bere te e pepsicola assieme.

Niente č "a norma": gli impianti elettrici sono gomitoli di filo sui quali una frotta di gatti ha esercitato la propria indole giocosa, i prezzi solo una proposta di discussione tematica, la rupia un contrassegno il cui valore fluttua come l'espressione negli occhi.
Ci si arrangia, tutto si puň riparare sulla strada, la cerniera lampo di una borsa e la meccanica di un otturatore fotografico; accucciati per terra o dietro un rudimentale banco da lavoro si attuano capolavori di fil di ferro per regalare ancora qualche giorno di vita a un oggetto utile.
Quando proprio non č possibile riaggiustare, spesso l'oggetto rimane in opera, anche solo a indicare la possibilitŕ di una funzione: il condizionatore irreparabilmente rotto resta alla finestra, svolge quasi il ruolo di un idolo, di un'icona guardando la quale ci si puň suggestionare sulle ore di frescura che ha donato nel tempo aureo in cui la sua manifestazione era viva e vitale. Resta in opera, almeno finché non compare un altro uso possibile.
Tutto viene riciclato piů e piů volte fino a divenire rottame tanto corroso da essere inidentificabile e allora scatta il vero abbandono da parte di tutti, compresa la nettezza urbana. Cittŕ e periferie sono costellati e talvolta pavimentati di questi rifiuti definitivamente tali: tra loro giocano i bambini, pascolano mucche e capre, camminano uomini indaffarati.

Sono povere note quelle che scrivo, il pallido fantasma del carosello di immagini passate per la mia retina e per quella digitale della fotocamera. Vorrei raccontare ogni incontro, del cielo pieno di aquiloni, del fresco sapore del lassi e dell'afrore inebriante della canapa, ma devo lasciar scorrere il fiume laddove si trova e accontentarmi, se nella mia fiaschetta son riuscito a portare almeno un po' d'acqua.

Settembre 2001

VeneziaLog

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